di Federica Cannas
C’è una fotografia che circola in questi giorni da Ramallah. Un’anziana donna palestinese stringe tra le mani un cartello con una scritta che sembra quasi un testamento spirituale: “Non ce ne andremo. Le nostre radici sono più profonde della vostra distruzione”. È il 12 maggio 2026. Mancano tre giorni all’anniversario. Eppure quella donna, con i capelli bianchi e gli occhi che hanno visto tutto, dice più di mille analisi geopolitiche. Dice che il popolo palestinese è ancora lì. Che resiste. Che ricorda.
Il 15 maggio 1948 è la data che il mondo arabo chiama Nakba, catastrofe. È il giorno dopo la proclamazione dello Stato di Israele, il giorno in cui iniziò il più lungo esodo forzato del Novecento. Settantotto anni fa, 750.000 palestinesi, su una popolazione che all’epoca non arrivava a due milioni, furono costretti ad abbandonare case, terre, villaggi, ulivi, pozzi, cimiteri. Quasi la metà di un popolo intero, scacciata nel giro di pochi mesi. Accompagnata da oltre settanta massacri documentati contro civili in località come Deir Yassin, Tantura, Haifa. Non operazioni di guerra. Massacri.
Più di 530 villaggi e città furono distrutti. Dal 1947 ad oggi, lo Stato di Israele ha ignorato 174 risoluzioni ONU a suo carico, violando in modo sistematico i diritti umani fondamentali e il diritto internazionale. Settantotto anni di impunità. Settantotto anni in cui la “comunità internazionale” ha scritto le proprie condanne su carta, le ha archiviate, e ha continuato a vendere armi.
Ogni anno, il 15 maggio, qualcuno in Occidente si ricorda della Palestina, pubblica qualche post, accende una candela virtuale. Poi passa. Ma per i palestinesi la Nakba è un presente che si rinnova ogni giorno.
Il genocidio in corso a Gaza da oltre due anni è solo l’ultimo capitolo. Così come in Cisgiordania è in corso un’accelerazione senza precedenti della pulizia etnica, sempre più aggressiva e violenta da parte dei coloni e dei soldati, nella più totale impunità.
I numeri fanno tremare la coscienza. Dal 7 ottobre 2023, 65.000 palestinesi hanno perso la vita, tra cui oltre 20.000 bambini. Ma la strage reale potrebbe essere molto più grande. Sulla base di dati e metodologie pubblicati su The Lancet, si stima che 875.000 abitanti di Gaza siano morti a causa della violenza e delle privazioni imposte durante i due anni di bombardamenti israeliani, 175.000 morti dirette, 700.000 per le conseguenze dell’assedio: fame, sete, malattie, mancanza di cure.
Un popolo intero affamato. È la conclusione a cui sono giunte le massime istanze del diritto internazionale.
Per decenni si è discusso di “conflitto”, di “operazioni militari”, di “risposta proporzionata”. Oggi quella finzione linguistica è crollata sotto il peso delle prove. Sulla base delle proprie indagini condotte dal 7 ottobre 2023 al 31 luglio 2025, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che lo Stato di Israele è responsabile per non aver impedito il genocidio, per aver commesso genocidio e per non aver punito il genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza.
La Commissione ONU riconosce l’intento genocidario nella condotta delle autorità israeliane.
I crimini commessi dall’establishment politico e militare israeliano contro la popolazione civile di Gaza sono elevabili a genocidio per la presenza dell’elemento chiave: l’intenzionalità. Il vero scopo, secondo il rapporto, era “vendetta e punizione collettiva” e il proseguimento di “decenni di occupazione illegale, con segregazione razziale o apartheid, sotto un’ideologia che richiedeva l’espulsione della popolazione palestinese dalle proprie terre e la sua sostituzione”.
La stessa esistenza della popolazione palestinese di Gaza è sotto minaccia. La portata delle morti e delle distruzioni è già stata catastrofica. Eppure i governi occidentali continuano a chiamarlo “diritto di difesa”.
La tracotanza di questo governo israeliano non si misura solo nelle bombe. Si misura anche nella sfrontatezza giuridica. Nella notte tra l’11 e il 12 maggio, tre giorni prima dell’anniversario della Nakba, la Knesset ha approvato con 93 voti favorevoli e zero contrari una legge che istituisce una corte speciale per processare i detenuti palestinesi, con la possibilità di applicare la pena di morte. Una legge che riguarda solo i palestinesi. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha immediatamente chiesto l’abrogazione, sottolineando che il provvedimento prevede processi di massa, possibile erosione della presunzione di innocenza e ammissione di prove ottenute sotto costrizione. Israele ha risposto nel silenzio di chi sa di non dover rispondere a nessuno.
Eppure, di fronte a tutto questo, il popolo palestinese non si è dissolto. Non è sparito. Non ha smesso di alzare la voce.
Rifiutano di accettare che la propria storia venga cancellata.
Il giornalista palestinese Abdulkarim Abu Arqoub ha dichiarato: “Questo giorno commemora la Nakba che ha disperso il popolo palestinese, i cui effetti continuano ancora oggi. È tempo di ottenere giustizia in conformità con le risoluzioni del diritto internazionale, permettendo ai rifugiati palestinesi di tornare alle loro case”.
Oggi stesso, alle Nazioni Unite, il Comitato per l’Esercizio dei Diritti Inalienabili del Popolo Palestinese celebra una seduta speciale dedicata all’anniversario della Nakba, istituita per volontà dell’Assemblea Generale, per ripercorrere il contesto storico e analizzare come le dinamiche di espropriazione e sfollamento continuino a manifestarsi ancora oggi.
Non è poco. Nel palazzo di vetro dove le parole spesso si perdono, oggi almeno si pronuncia il nome di questo popolo.
La distanza tra ciò che il diritto internazionale prescrive e ciò che i governi fanno è il vero scandalo geopolitico del nostro tempo. La comunità internazionale, in particolare gli stati che hanno influenza su Israele, deve esercitare ogni forma possibile di pressione diplomatica, economica e politica per garantire un cessate il fuoco immediato e un accesso umanitario senza ostacoli a Gaza. Tutti gli stati sono tenuti a sospendere ogni trasferimento di armi a Israele. Questo dice il diritto. La realtà dice altro.
La realtà dice che il mercato delle armi non si ferma. Che i veti al Consiglio di Sicurezza continuano. Che i trattati commerciali restano in vigore. Che “genocidio” è una parola che si può pronunciare in un rapporto ONU, ma non in un comunicato di governo.
Settantotto anni. Tre generazioni di profughi nati nei campi, cresciuti a pane, memoria e speranza. Una nazione senza Stato che ha tenuto viva la propria lingua, la propria cultura, la propria identità con una tenacia che non ha paragoni nella storia moderna.
Quella vecchia donna di Ramallah con il suo cartello ha ragione. Le radici palestinesi sono più profonde della distruzione israeliana. Non perché la storia sia romantica. Ma perché la storia è dalla parte di chi resiste, di chi non dimentica, di chi ogni anno il 15 maggio torna in piazza non per piangere, ma per ricordare al mondo che esiste ancora.
La Nakba non è finita. Ma il popolo palestinese, nemmeno.



e poi