di Alessandro Aramu
Netanyahu sembra arrivato a un punto in cui la guerra non è più soltanto uno strumento di sicurezza o di deterrenza, ma diventa soprattutto una necessità di sopravvivenza politica, personale e anche narrativa. Dopo mesi in cui Israele non è riuscito a trasformare la devastazione di Gaza in un risultato politico riconoscibile, e mentre il confronto con l’Iran si è progressivamente spostato su un terreno che Tel Aviv non controlla fino in fondo, il Libano emerge come l’ultimo spazio in cui il primo ministro israeliano può tentare di costruire l’immagine di una vittoria.
Non si tratta semplicemente di Hezbollah, né soltanto della questione del confine settentrionale. Il punto è che Netanyahu ha bisogno di un fronte su cui il racconto del successo sia ancora plausibile. Gaza si è trasformata in un pantano militare, umanitario e diplomatico. L’Iran, che per anni è stato evocato come il bersaglio strategico decisivo, continua a sfuggire a ogni schema di risoluzione rapida. In mezzo a questo scenario, il Libano appare come il teatro più fragile, il più esposto, e quindi il più adatto a essere piegato dentro una rappresentazione di forza.
La debolezza strutturale dello Stato libanese gioca un ruolo centrale in questa valutazione. Beirut non dispone di un apparato militare in grado di sostenere un confronto diretto con Israele, né di una macchina statale abbastanza solida da imporre un monopolio effettivo della forza sul proprio territorio. Le sue istituzioni restano condizionate da un equilibrio confessionale instabile, da crisi economiche ricorrenti e da una frammentazione politica che rende ogni scelta lenta, controversa e spesso incompiuta. In altre parole, il Libano offre a Israele il vantaggio di un avversario statale debole e di un nemico non statale fortemente radicato, ma inserito in un contesto nazionale già vulnerabile.
È proprio questa combinazione a rendere il dossier libanese particolarmente utile a Netanyahu. Sul piano della comunicazione politica, il messaggio è più semplice da vendere: il nord di Israele va protetto, Hezbollah va respinto, la minaccia va allontanata. È una formula più lineare rispetto al caos di Gaza e meno rischiosa, almeno in apparenza, rispetto allo scontro diretto con Teheran. Per un leader che ha bisogno di riordinare la percezione pubblica della propria leadership, il Libano diventa così non tanto il fronte più importante, quanto quello più narrabile.
Il vero problema, però, è che questa ricerca di una vittoria leggibile nasce da una serie di sconfitte politiche non dichiarate. Israele ha inflitto a Gaza un livello di distruzione enorme, ma non ha prodotto un esito capace di chiudere il conflitto. Hamas, pur colpita duramente, non è stata cancellata come realtà politica e militare.
Sul fronte iraniano, inoltre, la scelta di Washington di mantenere aperti canali negoziali diretti segnala un limite preciso della postura israeliana: gli Stati Uniti continuano a sostenere Israele, ma non sembrano disposti a delegargli interamente la gestione del dossier iraniano. Per Netanyahu è un doppio colpo: perde la promessa della vittoria totale a Gaza e vede ridursi anche la centralità israeliana nella definizione del confronto con Teheran.
Dentro questa cornice, il Libano assume il valore di una compensazione. Non è il fronte originario della crisi, ma può diventare quello della ricomposizione simbolica. Hezbollah viene allora presentato come il tassello che manca per ristabilire deterrenza, sicurezza e credibilità. È una costruzione politicamente efficace perché intercetta una paura reale nella società israeliana, soprattutto dopo l’evacuazione delle comunità del nord seguita al 7 ottobre. Ma è anche una costruzione che tende a ingigantire scenari e intenzioni, trasformando il rischio in certezza e la possibilità in minaccia assoluta.
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Alessandro Aramu – Giornalista professionista, direttore della Rivista di geopolitica Spondasud. Autore di reportage sulla rivoluzione zapatista in Chiapas (Messico) e sul movimento Hezbollah in Libano, ha curato il saggio Lebanon, reportage nel cuore della resistenza libanese (Arkadia, 2012). Per il quotidiano La Stampa ha pubblicato il reportage “All’ombra del muro di Porta di Fatima”, mostrando per la prima volta in Italia la nuova barriera che ha diviso il Libano da Israele. È coautore dei volumi Syria. Quello che i media non dicono (Arkadia 2013) e Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore 2014) con la prefazione di Alberto Negri. E’ autore e curatore del volume Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio – Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissuti (2015), con Gian Micalessin e Anna Mazzone; e autore, insieme a Carlo Licheri del docufilm Storie di Migrantes, vincitore del premio speciale del pubblico all’ottava edizione dello Skepto International Film Festival. Direttore editoriale di VisiOnAir conduce un format radiofonico dedicato alla geopolitica chiamato Spondasud On Air



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