Il paradosso dell’occupazione: a Gerusalemme palestinesi costretti a demolire le proprie case


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A Gerusalemme Est, il fenomeno delle cosiddette “autodemolizioni” di abitazioni palestinesi si è progressivamente affermato come uno degli aspetti più controversi e strutturali delle politiche urbanistiche israeliane nella città. Non si tratta di episodi isolati, ma di una pratica sempre più diffusa, inserita in un sistema normativo e amministrativo che, secondo numerose analisi, limita fortemente le possibilità di sviluppo edilizio per la popolazione palestinese. In questo contesto, i proprietari si trovano spesso costretti a demolire autonomamente le proprie abitazioni per evitare conseguenze economiche ancora più gravose.

I dati disponibili mostrano una tendenza in crescita. Nei primi mesi dell’anno, oltre 147 abitazioni palestinesi sono state demolite a Gerusalemme, di cui almeno 23 attraverso autodemolizione da parte dei proprietari. Complessivamente, dall’inizio dell’anno circa 150 case sono state distrutte su ordine dei tribunali israeliani. Il fenomeno si inserisce in un andamento pluriennale: nel 2025 le demolizioni hanno raggiunto quota 367 unità, mentre negli ultimi cinque anni il totale ha superato le 1.200 abitazioni. Le autorità israeliane giustificano questi interventi con la necessità di far rispettare le normative edilizie, in particolare nei casi di costruzione senza permesso, ma i numeri indicano una pressione costante e sistematica sul patrimonio abitativo palestinese.

Alla base della maggior parte delle demolizioni vi sono lunghe e complesse battaglie legali tra i residenti palestinesi e il municipio di Gerusalemme. Questi contenziosi possono durare anni e, nella maggioranza dei casi, si concludono con una sentenza definitiva dei tribunali israeliani che ordina la demolizione degli edifici. A quel punto, ai proprietari resta una scelta estremamente limitata: eseguire personalmente la demolizione oppure lasciare che siano le autorità a intervenire, sostenendone però integralmente i costi. È proprio in questa fase che emerge la pratica dell’autodemolizione, spesso vissuta come una decisione forzata più che come una reale alternativa.

Il nodo centrale di queste controversie è l’accesso ai permessi di costruzione. Ottenere un’autorizzazione edilizia dal municipio israeliano è descritto da molti residenti e osservatori come estremamente difficile, se non quasi impossibile, soprattutto nelle aree incluse nel cosiddetto “Bacino Sacro”, una zona di particolare rilevanza storica e religiosa. I piani urbanistici ufficiali evidenziano una forte disparità: solo il 14% del territorio di Gerusalemme è destinato allo sviluppo nei quartieri palestinesi, mentre la maggior parte delle aree è classificata come zona verde o soggetta a restrizioni. Questo squilibrio urbanistico contribuisce a spingere molti residenti a costruire senza permesso, esponendoli successivamente al rischio di demolizione.

Dal punto di vista economico, la scelta dell’autodemolizione è spesso dettata da un calcolo obbligato. Le famiglie che non procedono autonomamente possono essere chiamate a pagare somme molto elevate per l’intervento delle autorità israeliane. Secondo diverse testimonianze e fonti legali, i costi addebitati includono non solo l’uso dei bulldozer, ma anche le spese per le forze di sicurezza, le ambulanze, i mezzi della protezione civile e perfino le unità cinofile impiegate durante le operazioni. In molti casi, queste cifre si aggiungono a multe già accumulate negli anni per costruzione senza permesso, creando un carico finanziario insostenibile per numerose famiglie.

Le conseguenze di queste politiche non sono soltanto economiche o legali, ma profondamente sociali e psicologiche. La demolizione della propria abitazione rappresenta per molte famiglie palestinesi un trauma significativo, che va ben oltre la perdita materiale. Le case, spesso costruite e tramandate nel corso di generazioni, costituiscono un elemento centrale dell’identità familiare e comunitaria. La loro distruzione comporta lo sradicamento di interi nuclei familiari, costretti a cercare rifugio presso parenti o a trovare nuove sistemazioni in un mercato immobiliare già fortemente limitato. In questo senso, l’autodemolizione è stata descritta da alcuni residenti come un atto di estrema costrizione, paragonato simbolicamente a “cavarsi gli occhi da soli”.

Le storie individuali riflettono la portata concreta del fenomeno. In quartieri come Al-Bustan, non lontano da Ras al-Amud, diversi residenti hanno dovuto demolire le proprie abitazioni dopo anni di dispute legali. In alcuni casi, le autorità hanno motivato gli ordini di demolizione anche con la localizzazione degli edifici in aree considerate, secondo credenze religiose ebraiche, di particolare valore simbolico, come “il punto più vicino tra la terra e il cielo”. Alcune famiglie affermano di possedere documenti di proprietà risalenti a secoli fa, ma ciò non ha impedito l’emissione degli ordini di demolizione. Dopo aver perso le loro case, molti continuano a vivere in condizioni precarie, determinati tuttavia a rimanere in città nonostante le difficoltà.

Dal punto di vista politico e internazionale, il fenomeno delle demolizioni e delle autodemolizioni resta altamente controverso. Le autorità israeliane ribadiscono che si tratta di interventi necessari per garantire il rispetto della legge e dell’ordine urbanistico. Tuttavia, numerose organizzazioni per i diritti umani e osservatori internazionali sostengono che il sistema dei permessi edilizi e la pianificazione urbana producano un impatto sproporzionato sulla popolazione palestinese, contribuendo a limitarne la crescita e la stabilità. In questo quadro, l’autodemolizione non appare come una scelta volontaria, ma come il risultato di un sistema complesso di vincoli legali, economici e politici che continua a ridefinire, anno dopo anno, il volto di Gerusalemme Est.

Photo: AFP/Getty


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