di Franz Di Maggio
La strana alleanza tra i gruppi Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (JNIM), affiliato ad al-Qaeda e attivo su scala nazionale, e il Fronte per la liberazione dell’Azawad (FLA), espressione delle rivendicazioni tuareg nel nord del Paese sta mettendo alle corde la giunta militare Maliana, ennesimo episodio di profonda instabilità dell’area del Sahel.
In realtà i due gruppi si prefiggono di scardinare la giunta militare, ma si tratta di una convergenza tattica. I loro obiettivi reali restano divergenti: jihadista e transnazionale il JNIM, separatista e territoriale per il FLA. Nel mirino degli insorti ci sono le forze armate del Mali, che governano il Paese con la giunta militare del presidente Assimi Goita. L’esercito maliano è sostenuto militarmente dagli alleati russi nell’Africa Corps. Ma chi sono questi “Africa Corps”? Né più né meno che il famigerato gruppo neonazista “Wagner”, sotto il controllo diretto del ministero della Difesa di Mosca. Dopo il colpo di Stato del 2021, Bamako ha progressivamente interrotto la cooperazione con i partner occidentali, espellendo le forze francesi e la missione Onu e affidandosi al supporto russo.
Tale alleanza ha risposto a una precisa esigenza del regime: garantire sicurezza immediata e protezione politica in cambio di accesso strategico e influenza. In una prima fase, ha effettivamente contribuito a rafforzare la tenuta della giunta e a conseguire risultati tattici sul terreno. Tuttavia, gli sviluppi recenti suggeriscono che tale approccio presenti limiti strutturali.
La criticità principale risiede nella natura stessa del modello. L’intervento russo privilegia la dimensione della macrosicurezza e della sopravvivenza del regime, ma non affronta in modo sistemico le fragilità istituzionali e territoriali dello Stato maliano. Non porta a un rafforzamento della governance, della capacità amministrativa o del controllo effettivo del territorio. In assenza di questi elementi, i successi tattici restano difficilmente sostenibili nel tempo.
Un esempio è il teatro degli scontri di Kidal, città del nord-est del Paese.
Nelle scorse ore i ribelli tuareg hanno annunciato di aver raggiunto un “accordo” che consentirà ai soldati russi dell’Africa Corps di ritirarsi dalla città . Kidal è ora totalmente sotto il loro controllo dei ribelli.
Gli scontri principali avvengono intorno alle città più rilevanti e seguono una precisa strategia: il blocco dei rifornimenti di carburante attorno a Bamako già nel novembre scorso aveva evidenziato la capacità di colpire le infrastrutture critiche e di isolare la capitale. L’obiettivo appare sempre più chiaro: non solo colpire l’esercito, ma dimostrare l’incapacità della giunta di governare.
A livello strategico i due principali gruppi di ribelli hanno deciso di lanciare da venerdì scorso, 23 aprile, attacchi coordinati su più città e regioni.
Si tratta delle operazioni più estese e gravi da oltre un decennio, con combattimenti registrati nella capitale e negli snodi strategici come Kidal, Mopti, Gao e Sévaré. La simultaneità delle offensive e la loro ampiezza geografica indicano un livello di coordinamento che segna un salto qualitativo nella capacità operativa dei gruppi armati.
La pressione su Bamako è concreta. Attacchi ed esplosioni hanno colpito anche Kati, centro nevralgico del potere militare a pochi chilometri dalla capitale. Le modalità operative – incursioni rapide, uso di uniformi militari, capacità di infiltrazione – riflettono un’evoluzione nelle tattiche dei gruppi armati. Il silenzio prolungato della giunta guidata da Assimi Goïta contribuisce ad alimentare un clima di incertezza sulla reale capacità di controllo della situazione.
La gravità dell’insurrezione è sottolineata anche dagli assassinii di diversi membri della giunta militare. Domenica 26 aprile è stato ucciso il Ministro della Difesa in carica.
Chi si trova in grave difficoltà non è solo la giunta militare, anche e soprattutto il principale sponsor di questa, la Russia di Putin: appare evidente che il modello russo risulti efficace nel sostenere regimi sotto pressione, ma non crei le premesse e prospettive per condizioni di sicurezza duratura.
Il Mali rappresenta uno dei casi più emblematici della strategia post-francese nel Sahel e, più in generale, della proiezione russa nel continente africano.
La credibilità della Russia come partner militare e strategico nell’Africa post-coloniale subirebbe un grave smacco.
Al contempo è necessaria una lettura corretta sulla “strana alleanza” tra jihadisti e forze autonomiste tuareg.
I due attori restano portatori di progetti incompatibili nel medio periodo, e la loro cooperazione risponde a una logica contingente. Questa distinzione è cruciale per evitare semplificazioni e per comprendere le possibili evoluzioni del conflitto.
Se la tenuta di Bamako resta l’indicatore più immediato della crisi maliana, non si può affermare che una vittoria dei ribelli e la cacciata dei russi dal Paese possa cambiare il corso della storia. La probabilità maggiore resta quella di un possibile sanguinoso finale con le forze eventualmente vittoriose pronte alla guerra civile senza alcun accordo tra loro.



e poi