Intervista. Il nuovo Iraq e la sfida delle elezioni


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(Naman Tarcha) – Sono passati 15 anni dalla guerra in Iraq, il Paese ha pagato con il sangue e porta tutti i segni della distruzione e della devastazione. In questi giorni, ci si prepara alle prime elezioni dopo l’uscita delle forze straniere, ma sono tante le sfide ancora da affrontare, tra le crisi regionali e internazionali, le forti minacce del terrorismo, per soddisfare il bisogno di aprire nuova pagina e di recuperare e unire le forze per costruire il nuovo Iraq. Alla vigilia delle nuove elezioni parlamentari, abbiamo incontrato S.E. il Signor Ambasciatore dell’Iraq presso la Santa Sede, Habeeb Mohammmed Hadi Ali Al-Sadr.

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Qual è l’importanza di queste elezioni e quali sono le aspettative degli iracheni?

Sarà davvero una festa delle “dita viola” (sporche per l’inchiostro che si usa per votare) per i 21.542.882 di votanti iracheni, che metteranno i loro cuori prima delle loro schede nelle urne, dove 9040 candidati di 277 liste principali competono per ottenere 328 seggi nel parlamento iracheno, sotto il controllo di 667 osservatori internazionali, oltre alle diverse organizzazioni nazionali irachene della società civile a garanzia di elezioni corrette e serene. Gli iracheni sperano con queste elezioni di proseguire la strada del cambiamento atteso, con le loro aspirazioni a sicurezza, stabilità, servizi e modernizzazione continua, in uno stato di istituzioni civili che garantisca a tutti giustizia, uguaglianza, libertà, pari opportunità e vera cittadinanza.

Quale il motivo della presenza di liste su base etnico-religiosa nell’assenza di pluralismo politico reale? Quale speranza per un governo iracheno a maggioranza politica?

Il motivo della divisione etnico-religiosa è proprio la politica dell’occupazione che ha consolidato la divisione pensando di rispondere in questo modo alle aspirazioni della società irachena che ha sofferto per anni ingiustizie ed esclusione sotto il vecchio regime di Saddam. I leader del Paese hanno capito l’inutilità di un sistema delle quote settarie che impedisce il processo di riforme del Paese, perciò hanno espresso la volontà di formare un governo a maggioranza politica che superi le etnie, le comunità e le religioni, che faciliti le leggi necessarie per sviluppare il Paese attraverso il parlamento invece di ostacolarlo come è accaduto nell’attuale governo di coalizione. Necessario che ci sia un blocco parlamentare di opposizione che controlli l’esecutivo e corregga il suo operato.

Quanto condiziona la questione di sicurezza le prossime elezioni e quali sono i provvedimenti adottati?

La sicurezza non è una questione nuova, in quanto sono stato svolte elezioni in condizioni peggiori. Le elezioni non saranno condizionate dalle minacce di attentati e terrorismo, perché le forze armate hanno adottato provvedimenti molto sofisticati per garantire la sicurezza ai cittadini e i seggi dopo aver accumulato diverse esperienze nelle scorse elezioni.

Qual è il collegamento tra i gruppi terroristici in Iraq e in Siria? Quali sono le conseguenze della crisi siriana sulla sicurezza in Iraq?

Esiste un collegamento diretto, perché tanti gruppi combattenti in Iraq e Siria sono gli stessi legati ad Al Qaeda, soprattutto il cosiddetto Stato Islamico Iraq e Levante. La situazione di sicurezza in Iraq era migliorata tra il 2009 e 2010 ma l’inizio della crisi siriana e il forte coinvolgimento di Al Qaeda, ha provocato danni enormi a causa del passaggio dei gruppi terroristici dalla Siria verso l’Iraq attraverso i confini, muniti delle armi avanzate fornite loro da alcuni Paesi e organizzazioni regionali ed internazionali.

Come può l’Iraq recuperare il suo ruolo primario nel garantire pace e sicurezza nella regione?

Il nuovo Iraq gioca oggi un ruolo principale guidando l’asse della moderazione e della riconciliazione contro l’asse del fondamentalismo e della chiusura capeggiata da Paesi ben noti nella regione, combattendo inoltre il terrorismo, non solo a difesa degli iracheni ma anche della comunità internazionale intera. Si percepisce questo ruolo dal forte sostegno all’Iraq attraverso comunicati e dichiarazioni delle Nazioni Unite, Lega Araba e Unione Europea e dalla notevole partecipazione alla conferenza internazionale contro il terrorismo svoltosi a Baghdad lo scorso febbraio. Questo ruolo cresce pian piano con il crescente sfruttamento delle risorse economiche dell’Iraq, considerato il secondo Paese produttore ed esportatore di petrolio al mondo dentro l’Opec. L’Iraq, oggi, è un mediatore internazionale rispettato da tutto il mondo per la sua neutralità e obiettività, essendo lontano dagli schieramenti e dalle politiche di allineamento, un Paese aperto a tutti senza ingerenze e interferenze. Ha giocato anche un ruolo positivo nei negoziati 5+1 sul nucleare iraniano, e la sua visione della soluzione politica della crisi siriana è diventata l’unica via d’uscita.

Quali sono le conseguenze sull’Iraq del contrasto tra Usa e Russia e il possibile accordo sul nucleare iraniano?

L’Iraq è in una posizione geopolitica molto delicata, è un punto di incontro tra l’Oriente islamico e l’Occidente cristiano. Per questo influisce su ciò che accade. Ogni volta che questi attori raggiungono accordi positivi ci sono conseguenze positive sul Paese e viceversa. L’Iraq in ogni caso rifiuta di essere una piazza per conflitti internazionali, e tenta sempre di essere mediatore cosciente e onesto per smantellare i conflitti dopo essersene stato la fonte durante il vecchio regime.

Quali sono le caratteristiche dell’Iraq del futuro?

L’Iraq è un Paese ricco di risorse materiali ed umane, con una lunga storia di civiltà e una posizione strategica che ha tutte le carte in regola per lo sviluppo. Se non fosse per la questione della sicurezza, che impegna maggiormente il governo, il Paese avrebbe fatto dei passi da gigante nella modernizzazione e nello sviluppo. Malgrado ciò, il governo iracheno è riuscito ad incassare diversi successi su tutti i fronti. E se non fosse enorme la distruzione ereditata dal passato, si sarebbero visti chiaramente; una dimostrazione è il prodotto interno lordo cresciuto del 6%, il più alto nella regione, ed il bilancio del 2014 che ha raggiunto più di 140 miliardi di dollari, il più alto della storia del Paese. Questo è indicativo del benessere e della salute del paese: grandi progetti di edilizia, infrastrutture, scuole, ospedali, ponti e recupero delle risorse agricole che porterebbero il Paese all’autosufficienza. L’Iraq oggi è un Paese vasto, per più di un terzo in sicurezza, che ha facilitato l’ingresso dei grandi investimenti stranieri. Possiamo dire che le caratteristiche dell’Iraq del futuro sono incoraggianti, per un Iraq nuovo, democratico e riconciliatore.

 

Questo articolo è presente anche su http://www.zenit.org/it/articles/il-nuovo-iraq-e-la-sfida-delle-elezioni

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