A tre mesi dalle elezioni di ottobre, il sistema politico israeliano entra in una fase di instabilità che segna una discontinuità rispetto all’ultimo decennio. Per la prima volta da anni, la leadership di Benjamin Netanyahu appare esposta su più fronti contemporaneamente: consenso interno, equilibrio della coalizione e rapporto con l’alleato americano. Non è la fine annunciata di una carriera politica che ha dimostrato più volte una straordinaria capacità di sopravvivenza. Ma è, con ogni probabilità, la campagna elettorale più incerta da quando Benjamin Netanyahu domina la scena israeliana.
Le rilevazioni pubblicate nelle ultime settimane da istituti come Channel 12 News e Israel Democracy Institute indicano un quadro estremamente competitivo. Il Likud resta il primo partito o di poco secondo, ma il dato politicamente rilevante riguarda gli equilibri tra blocchi.
A emergere è la figura di Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane, oggi leader del partito centrista Yashar. Secondo i sondaggi più recenti, la sua formazione si colloca intorno ai 20-21 seggi, in linea con il Likud. Ma il punto decisivo è un altro: un’eventuale coalizione delle forze sioniste di opposizione potrebbe raggiungere la soglia dei 61 seggi necessaria per governare, anche con il possibile appoggio esterno dei partiti arabi, tradizionalmente esclusi dagli esecutivi ma sempre più centrali negli equilibri parlamentari. La coalizione attuale, composta da destra nazionalista e partiti religiosi, resterebbe invece sotto quella soglia, segnalando una perdita di capacità aggregativa.

La crescita di Eisenkot non è solo un dato numerico. È un fenomeno politico che riflette una domanda di leadership diversa, soprattutto dopo la guerra a Gaza iniziata nell’ottobre 2023. Ex militare, considerato pragmatico e meno ideologico rispetto ad altri leader, Eisenkot ha costruito il proprio profilo su una combinazione rara nella politica israeliana: fermezza sui temi della sicurezza e posizioni più moderate sul piano istituzionale.
A rafforzarne la credibilità contribuisce anche la dimensione personale. La perdita del figlio e di altri familiari nel conflitto ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica, in un Paese dove il legame tra leadership politica e servizio militare resta centrale. Il suo posizionamento gli consente di dialogare sia con settori della destra laica sia con l’area progressista, creando le condizioni per una possibile coalizione trasversale che finora è mancata all’opposizione.
Benjamin Netanyahu continua a mantenere un controllo solido sul proprio elettorato, ma appare sempre più dipendente dagli alleati più radicali della coalizione. Partiti ultrareligiosi e forze nazionaliste rappresentano oggi il pilastro della sua maggioranza, ma allo stesso tempo ne limitano i margini di manovra. Negli ultimi mesi, il governo ha promosso una serie di iniziative legislative controverse: dalla ridefinizione dei poteri della Procura generale al rafforzamento del controllo sull’informazione, fino a misure favorevoli agli insediamenti nei Territori occupati.
Secondo analisi pubblicate da Haaretz e The Times of Israel, queste scelte rispondono a una logica precisa: consolidare il consenso della base elettorale più ideologizzata in vista del voto. Ma il rischio è quello di alienare ulteriormente i settori moderati della società israeliana, già scossi dalle tensioni interne e dalle conseguenze della guerra.
A complicare il quadro si aggiunge un elemento geopolitico rilevante: il raffreddamento dei rapporti con Washington. Negli ultimi mesi, dichiarazioni pubbliche provenienti dall’amministrazione americana hanno segnalato un cambio di tono nei confronti del governo israeliano. In particolare, le critiche del vicepresidente JD Vance su presunte pressioni israeliane contro il negoziato con l’Iran rappresentano un segnale politico significativo.

Anche il presidente Donald Trump, tradizionalmente vicino a Netanyahu, ha adottato toni insolitamente duri in alcune occasioni, secondo quanto riportato da fonti citate da Politico e New York Times. Un’evoluzione che, pur non mettendo in discussione l’alleanza strategica tra i due Paesi, introduce un elemento di incertezza in un rapporto che Netanyahu ha sempre considerato un punto di forza.
Sul piano interno, la fase pre-elettorale si preannuncia particolarmente tesa. Organizzazioni della società civile e osservatori indipendenti, tra cui Human Rights Watch e Israeli Civil Rights Association, hanno espresso preoccupazione per possibili pressioni sugli elettori in alcune aree sensibili, come le città miste e le comunità beduine.
Parallelamente, analisti ed ex responsabili della sicurezza — tra cui ex dirigenti del Mossad e dell’esercito — hanno messo in guardia dal rischio che un’escalation militare possa essere utilizzata, volontariamente o meno, come fattore di mobilitazione politica.
Qualunque sia l’esito delle elezioni, il prossimo governo israeliano si troverà di fronte a una sfida strutturale: ricomporre un tessuto politico e sociale profondamente lacerato. Quattro anni di conflitto interno, culminati nelle proteste contro la riforma giudiziaria, seguiti dalla guerra a Gaza e dalle tensioni regionali, hanno lasciato un Paese polarizzato e istituzionalmente fragile. La prospettiva di un processo di pace con i palestinesi resta, secondo la maggior parte degli osservatori internazionali — tra cui International Crisis Group — estremamente distante. La priorità immediata sarà piuttosto la stabilizzazione interna e la ridefinizione degli equilibri tra sicurezza, democrazia e governance.
In questo contesto, le elezioni del 2026 non rappresentano solo una competizione politica, ma un passaggio decisivo nella ridefinizione dell’identità strategica di Israele. E, per la prima volta dopo anni, l’esito non appare scontato.




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