La storia che non insegna: 24 aprile, anniversario del genocidio armeno


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di Federica Cannas

Il 24 aprile il mondo armeno si ferma. Si ferma per ricordare, per non dimenticare, per tenere in vita una memoria che troppi, ancora oggi, si ostinano a negare o ignorare. Cent’anni e più di silenzio istituzionale, di veti diplomatici, di convenienze geopolitiche che hanno sepolto un milione e mezzo di vite sotto il peso dell’oblio. Oggi, mentre commemoriamo quella tragedia, i nostri occhi non possono non posarsi su Gaza. E la domanda è sempre la stessa, dolorosa, ineludibile: la storia insegna davvero qualcosa?
L’impunità di un genocidio è il lasciapassare per il successivo. E la storia sembra averci insegnato esattamente questo. I genocidi di serie B vengono ricordati poco, giudicati tardi, e spesso non giudicati mai.

Tra il 1915 e il 1923, il governo dei Giovani Turchi pianificò e attuò la deportazione sistematica e lo sterminio della popolazione armena: tra 600.000 e 1,5 milioni di morti, marce forzate verso il deserto siriano, beni confiscati, cultura cancellata. La Convenzione ONU sul Genocidio del 1948 fu ispirata anche da quegli eventi.

Eppure il genocidio armeno rimane uno dei casi più emblematici di negazionismo di Stato, tanto che la Turchia parla ancora di «morti di guerra». L’Italia ha riconosciuto quella realtà nel 2019, gli Stati Uniti nel 2021, la Germania nel 2016. I ritardi hanno ragioni politiche. È la geometria del potere che decide quali morti vengono ricordati.

Oggi, quando si parla di Gaza, la tentazione, comoda e fuorviante, è quella di datare tutto al 7 ottobre 2023. Ma la storia palestinese non comincia lì. Comincia nel 1948, con la Nakba, la «catastrofe», quando, con la fondazione dello Stato di Israele e le guerre che ne seguirono, circa 700.000 palestinesi furono espulsi o fuggirono dalle proprie case, e 500 villaggi vennero distrutti o spopolati. Quella popolazione non tornò mai. I suoi discendenti vivono ancora oggi nei campi profughi di Gaza, della Cisgiordania, del Libano, della Giordania.

Da allora, per oltre settant’anni, i palestinesi di Gaza hanno vissuto sotto blocco, sotto occupazione, sotto un sistema che la stessa Corte Suprema israeliana ha di fatto riconosciuto come di controllo totale. Controllo dei confini, dello spazio aereo, delle acque, dei rifornimenti, della moneta. Il 97% dell’acqua a Gaza era già non potabile prima del 2023. Il tasso di disoccupazione superava il 45%. L’ONU aveva definito Gaza «uninhabitable», inabitabile, già nel 2020. Quello che è esploso il 7 ottobre non è nato dal nulla, è il risultato di decenni di privazione sistematica della dignità, dei diritti, di qualsiasi prospettiva di un’esistenza degna di essere chiamata tale.

Questo non significa giustificare il massacro del 7 ottobre, in cui oltre 1.200 civili israeliani persero la vita in un attacco terroristico di brutalità inaudita. Nessuna analisi storica può o deve farlo. Ma comprendere il contesto non è giustificare, è il presupposto minimo per capire e per non ripetere.

Il 26 gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso misure cautelari nel caso Sud Africa contro Israele, affermando che era «plausibile» che Israele stesse violando la Convenzione sul Genocidio. Il Procuratore della CPI Karim Khan ha richiesto mandati d’arresto per Netanyahu e l’ex ministro Gallant per crimini di guerra. Secondo i dati OCHA, al 2025 oltre 50.000 palestinesi sono stati uccisi, la maggioranza civili. L’infrastruttura civile di Gaza, ospedali, scuole, sistema idrico, è stata in larga parte distrutta. La carestia è stata dichiarata formalmente. Chiamare tutto questo «autodifesa» richiede una distorsione del diritto internazionale che nessun tribunale del mondo ha ancora avallato.

C’è un paradosso che sarebbe disonesto non evidenziare. Il popolo ebraico è il popolo che ha conosciuto il genocidio nella sua forma più industriale e sistematica: la Shoah, sei milioni di morti. È da quell’abisso che nasce il diritto internazionale moderno, la Convenzione sul Genocidio, il principio del «mai più» che avrebbe dovuto diventare la bussola morale del mondo. Eppure la storia, crudele e implacabile, ci ricorda che il dolore subito non genera automaticamente empatia verso il dolore altrui. Che il trauma può trasformarsi in scudo ideologico invece che in coscienza etica. Che una nazione costruita sulla memoria della persecuzione può, sotto certi governi e certe retoriche, replicare la logica della disumanizzazione verso un altro popolo. Non è antisemitismo dirlo, è la più scomoda delle verità storiche.

Lo Stato di Israele non è il popolo ebraico. È quello Stato, con quel governo, che oggi disumanizza sistematicamente la popolazione di Gaza.

Non tutti i morti pesano allo stesso modo. Il riconoscimento dei genocidi segue la mappa degli interessi geopolitici, non quella della morale. Il genocidio armeno è stato negato per un secolo perché la Turchia era troppo importante come alleata NATO. Il Rwanda è stato riconosciuto quando non serviva più difenderlo. Gaza segue la stessa logica. Gli Stati Uniti hanno posto il veto a risoluzioni di cessate il fuoco al Consiglio di Sicurezza per mesi, e hanno fornito a Israele oltre 14 miliardi di dollari in aiuti militari nel 2024. C’è un filo che lega tutto questo, dalla Palestina all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia, ed è la convinzione che la forza possa riscrivere il diritto, e che certe vite valgano meno di altre. È un’arroganza sistemica, non individuale. È la logica dell’impero.

Ogni 24 aprile il mondo armeno chiede una sola cosa: riconoscimento. Perché il riconoscimento è la precondizione della giustizia, e la giustizia è l’unica cosa che può impedire che si ripeta. Quella richiesta è rimasta inascoltata per oltre un secolo. E mentre rimane inascoltata, a Gaza accade qualcosa che le generazioni future potrebbero chiamare con lo stesso nome.

La memoria del genocidio armeno non è un fatto del passato: è uno specchio nel quale guardare il presente. E ciò che ci restituisce oggi, in questo 24 aprile, è un’immagine che dovremmo avere il coraggio di non sopportare.

La storia insegna. Il problema è che troppo spesso scegliamo di non imparare.


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