Dal bunker di Caracas a una cella di Brooklyn. A quattro mesi dalla clamorosa operazione militare americana che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, emergono nuovi dettagli sulla vita dell’ex presidente venezuelano nel carcere federale Metropolitan Detention Center di New York, uno degli istituti di massima sicurezza più discussi degli Stati Uniti.
Maduro, arrestato lo scorso 3 gennaio durante l’operazione “Absolute Resolve”, ordinata direttamente dal Presidente Donald Trump, è detenuto in attesa di processo con accuse pesantissime: narcotraffico, narcoterrorismo e traffico di armi. Davanti alla Corte federale di Manhattan si è dichiarato “non colpevole”, sostenendo di essere stato “rapito” dagli Stati Uniti e definendosi un “prigioniero di guerra”.
A raccontare per la prima volta cosa sarebbe accaduto nelle ore della cattura è stato il figlio, Nicolás Maduro Guerra, in una lunga intervista concessa al quotidiano spagnolo El País. Il racconto ha i toni di una cronaca di guerra: bombardamenti su Caracas, comunicazioni interrotte, il timore che l’ex leader chavista fosse morto durante il blitz americano.
“Papà pensava che quel giorno sarebbe morto. Tutti pensavamo che sarebbe morto”, ha detto il figlio, ricordando l’ultimo messaggio vocale ricevuto durante l’assalto: “Nico, stanno bombardando. Che la patria continui a lottare”. Secondo la ricostruzione fornita dalla famiglia, Maduro avrebbe riportato un infortunio al ginocchio mentre cercava di nascondersi durante il raid, mentre la moglie Cilia Flores sarebbe svenuta nel caos dell’operazione.
Da allora, la vita dell’ex presidente venezuelano si svolge dentro il MDC Brooklyn, carcere noto per aver ospitato detenuti eccellenti come Joaquín “El Chapo” Guzmán, Ghislaine Maxwell e Sam Bankman-Fried. La struttura è stata più volte criticata negli Stati Uniti per condizioni considerate dure, sovraffollamento e problemi di sicurezza.
Nei primi mesi Maduro sarebbe rimasto in isolamento quasi totale, chiuso in una cella di circa sei metri quadrati per oltre venti ore al giorno. Il figlio racconta che l’ex presidente avrebbe trovato rifugio soprattutto nella lettura: dalla Bibbia ai testi di Simón Bolívar, passando per Lenin, libri di storia e perfino il codice penale di New York. “Legge ossessivamente”, ha raccontato Maduro Guerra, aggiungendo che il padre considera già “una vittoria essere ancora vivo”.
Le comunicazioni con la famiglia restano limitate. Secondo quanto riferito nell’intervista, Maduro dispone di pochi minuti di telefonate al mese e il figlio registra ogni conversazione ricevuta dal carcere. Nonostante la detenzione, l’ex leader continuerebbe a seguire il calcio europeo e le notizie dal Venezuela, alternando riflessioni religiose a commenti politici.
Ma il caso Maduro resta soprattutto un terremoto geopolitico. Mosca, gli alleati storici del chavismo e diversi osservatori internazionali continuano a denunciare l’operazione americana come una violazione della sovranità venezuelana. Washington, al contrario, sostiene di aver finalmente portato davanti alla giustizia un uomo accusato da anni di guidare un sistema criminale legato al narcotraffico internazionale.
Il processo, che si preannuncia come uno dei più esplosivi degli ultimi anni sul piano politico e diplomatico, potrebbe trasformarsi non soltanto in una battaglia giudiziaria, ma in un nuovo terreno di scontro tra Stati Uniti, America Latina e blocco russo-cinese.



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