La voce oltre La Moneda


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di Federica Cannas

11 settembre 1973. Salvador Allende non sapeva che, cinquantatré anni dopo, avremmo continuato ad ascoltare la sua voce.
Sapeva invece che quella mattina sarebbe probabilmente morto. Sapeva che La Moneda era circondata, che una parte delle Forze armate aveva tradito il governo costituzionale, che gli aerei volavano sopra Santiago e che le radio attraverso le quali aveva parlato al suo Paese stavano venendo silenziate una dopo l’altra.
Gli restava pochissimo.
Qualche stanza di un palazzo assediato. Una radio ancora capace di trasmettere. Alcuni uomini rimasti con lui. E una voce.
È forse da qui che bisognerebbe ripartire ogni 11 settembre per parlare di Salvador Allende. Non dalle fotografie diventate icone, non dal presidente con l’elmetto a La Moneda, neppure dalle grandi categorie con cui abbiamo imparato a raccontare il Novecento latinoamericano.
Dalla voce.

Perché quella mattina accadde qualcosa di raro nella storia politica. Un uomo che aveva ormai perduto ogni possibilità concreta di vincere decise che gli rimaneva ancora una cosa da scegliere. Come perdere.
Allende avrebbe potuto lasciare il Paese. Avrebbe potuto arrendersi. Avrebbe potuto tentare una trattativa che salvasse almeno la sua vita. Scelse di restare nel luogo nel quale il voto dei cileni lo aveva portato tre anni prima.
Non perché pensasse di fermare i carri armati. Aveva capito che non li avrebbe fermati.
Restò perché esistono momenti nei quali la politica smette di essere amministrazione del possibile e diventa testimonianza del limite che un uomo decide di non oltrepassare.
Il suo era semplice. La legittimità ricevuta dal popolo non poteva essere consegnata volontariamente a chi la stava cancellando con le armi.

Alle ore 9 del mattino dell’11 settembre 1973, mentre gli aerei passavano sopra Santiago, Allende parlò ancora attraverso Radio Magallanes. Disse che la storia non si sarebbe fermata con la repressione e con il crimine. Poco dopo pronunciò le parole destinate a sopravvivere a tutte le altre. Sarebbero tornati ad aprirsi i grandi viali attraverso i quali sarebbe passato l’uomo libero.
È difficile trovare, nella storia contemporanea, una profezia politica pronunciata in condizioni più disperate.
Eppure c’è qualcosa di Allende che rischiamo di perdere proprio celebrandolo.
Lo abbiamo trasformato in un simbolo così grande da dimenticare l’uomo.
Salvador Allende non era un santo laico. Non era infallibile. Il suo governo attraversò conflitti durissimi, commise errori, governò un Paese profondamente diviso e tentò una trasformazione sociale in condizioni economiche, istituzionali e internazionali sempre più difficili.

Ricordarlo seriamente significa accettare anche questa complessità.
Ma nessuna discussione sugli errori dell’Unidad Popular può cancellare il fatto essenziale che rende l’11 settembre 1973 una frattura della storia democratica. Un presidente eletto venne rovesciato dalle armi e al suo posto cominciò una dittatura.
Il resto venne dopo.
Le persecuzioni. Gli arresti. La tortura. Le esecuzioni. Le sparizioni. L’esilio.
Dietro la fotografia della Moneda in fiamme ci sono migliaia di esistenze. Secondo le Commissioni della verità cilene, nel solo settembre 1973 si contarono 598 morti, 274 detenuti desaparecidos e 19.083 prigionieri politici e torturati.
Per questo l’11 settembre cileno non appartiene soltanto alla sinistra.
Appartiene alla democrazia.
Ed è proprio qui che Allende continua a essere contemporaneo.
Non perché il mondo del 2026 assomigli al Cile del 1973. Sarebbe una scorciatoia storica e persino un modo per non capire né l’uno né l’altro. Allende ci riguarda perché pone una domanda molto più difficile. Quanto siamo disposti a credere nella democrazia quando la democrazia non produce il risultato che desideriamo?

È facile essere democratici quando si vince.
Molto più difficile accettare che possa governare qualcuno che consideriamo profondamente sbagliato, che possa approvare politiche che combattiamo, che possa tentare di cambiare una società nella direzione opposta alla nostra.
La democrazia comincia esattamente lì.
Nel limite che imponiamo alla nostra volontà di sconfiggere l’avversario.
Allende aveva una sua idea di società. Socialista, radicale, discutibile come ogni progetto politico e sottoposta al giudizio degli elettori. Ma aveva scelto una strada che considerava inseparabile dalla democrazia cilena, ossia arrivare al socialismo attraverso il voto, le istituzioni, il pluralismo politico.
La cosiddetta vía chilena al socialismo fu anche questo straordinario esperimento. La convinzione che una trasformazione profonda della società potesse avvenire senza rinunciare alla libertà politica.
L’esperimento fallì.
O, più precisamente, fu interrotto.
Ed è una distinzione che conta.

Perché le idee sconfitte dagli elettori possono essere considerate politicamente fallite. Le idee cancellate dai carri armati lasciano invece alla storia una domanda alla quale nessuno può dare una risposta definitiva: che cosa sarebbe accaduto se avessero potuto continuare a misurarsi con il consenso, con l’opposizione, con gli errori, con le elezioni?
Forse è anche per questo che Salvador Allende non è rimasto confinato nel 1973.
Pinochet ebbe gli aerei, i soldati, le prigioni, il controllo dello Stato.
Allende ebbe sei minuti di radio.
A distanza di cinquantatré anni, sappiamo quale delle due voci ha attraversato meglio il tempo.
C’è una fotografia mentale che ogni 11 settembre torna inevitabilmente.
Santiago.
La Moneda.
Il fumo.
Un presidente che sa di essere arrivato alla fine e parla a persone che forse non possono più sentirlo perché le antenne vengono bombardate.
A un certo punto dice qualcosa di apparentemente assurdo. Se la sua voce non arriverà più, non importa. Continueranno ad ascoltarla.
Aveva ragione.
Ed è probabilmente questa la vittoria di Salvador Allende. Quella che non vide mai.

Il Cile tornò alla democrazia. La Moneda tornò a essere il palazzo di un presidente eletto. Gli uomini e le donne tornarono a scegliere chi dovesse governarli. Le grandi alamedas non diventarono il paradiso promesso dalla politica, perché nessuna strada lo diventa. Ma tornarono a essere percorse da cittadini liberi.
Allende, invece, rimase fermo a quella mattina.
Forse è per questo che non invecchia.
Ogni generazione lo incontra nello stesso punto della storia, mentre tutto intorno a lui sta crollando e lui continua ostinatamente a parlare del domani.
Il potere, quel giorno, lo avevano altri.
Il futuro, incredibilmente, continuava a pronunciarlo lui.
Ed è questa la ragione per cui, ogni 11 settembre, cinquantatré anni dopo, torniamo ancora a quella voce.
Perché ci sono sconfitte politiche che la storia, lentamente, si incarica di trasformare in qualcosa che somiglia molto a una vittoria.


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