L’ANALISI/ Nagorno Karabagh: fine di una guerra, illusione di una pace


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(Bruno Scapini) – Purtroppo è accaduto quello che ogni persona responsabile e sensibile al richiamo della Giustizia e della solidarietà umana non avrebbe mai voluto apprendere: la definitiva caduta del Nagorno Karabagh in mano azera, ovvero la fine di una legittima aspirazione di un popolo alla libertà e all’indipendenza.

L’evento non è un semplice nefasto accadimento nella routine della politica internazionale, ma molto di più e molto peggio: oltre alla disfatta sul piano militare si tratta qui di un dramma umanitario che continua nel tempo la tragedia del Genocidio del 1915.

Ma la fine del conflitto ora non coinciderà con la pace. Il solco tra i due Paesi sarà molto più profondo e con sviluppi sul piano geopolitico gravidi di pericolose conseguenze.

Al di là dell’Ucraina, non sembra vi sia altra aggressione nel mondo, per quanto efferata e brutale possa essere, che riesca a suscitare lo sdegno e la reazione dell’Occidente: oltre alcune esternazioni di circostanza sulla condanna dell’uso della forza e qualche enunciato di mera, algida solidarietà, i Governi europei, e la stessa Casa Bianca, non si sono esposti più di tanto nel condannare la barbara aggressione messa a segno in queste ore dall’Azerbaijan con l’obiettivo di spegnere le ultime resistenze armene nella ormai estinta Repubblica dell’Artsakh (Nagorno Karabagh).

Il dramma, possiamo tranquillamente ammetterlo, non è ora la sconfitta sul piano militare (già dalla guerra del 2020 il territorio era stato in gran parte ripreso dall’esercito azerbaijano), bensì su quello umanitario. A migliaia oggi gli armeni del Karabagh si ammassano nei luoghi non ancora espugnati, per sfuggire alle persecuzioni e alle atrocità di cui gli azeri già in passato si son fatti autori. E’ la popolazione civile ora il bersaglio di Baku. Le sparute presenze militari armene sono state debellate, le miniere d’oro di Kalbajar, Kashan e Zangilan già conquistate e vendute agli inglesi e le poche armi rimaste in qualche caserma consegnate al vincitore. Ora restano esposti al secolare odio del nemico solamente i civili, le famiglie incolpevoli, gli anziani, le donne e, come sempre accade, i bambini. Gli uomini vengono rastrellati nei villaggi, uccisi o incarcerati con l’accusa, falsa e pretestuosa, di banditismo o addirittura di terrorismo.

Come in altri precedenti storici, l’Armenia ancora una volta paga oggi per la sua collocazione in un contesto geopolitico critico e sensibile. Conteso nei secoli passati tra le potenze confinanti, il Paese si è trovato confrontato dalla dissoluzione dell’URSS con un vicino di casa che, scopertosi  un giorno a galleggiare su un mare di gas e di petrolio, è riuscito a sfruttare tale opportunità a tutto vantaggio delle proprie ambizioni territoriali e a beneficio di un’unica famiglia, gli Aliyev, che da decenni governa il Paese in modalità autocratica, sostenuta da un dispotismo funzionale solo alla repressione del dissenso interno e al guadagno personale.

Ma le garanzie offerte da Baku per le forniture di idrocarburi hanno in fondo convinto l’Occidente sulla “fedeltà” di questo partner commerciale, al punto da indurre le Cancellerie europee e le stesse forze lobbiste a Capitol Hill in America, a sorvolare sulle tante atrocità commesse dagli azeri ai danni degli armeni. Le mutilazioni eseguite su civili inermi nel Karabagh nella guerra del 2016, l’atroce delitto commesso dal Sottufficiale azero Safarov a danno di un collega armeno a Budapest nel 2004 (con disdicevole elevazione dello stesso a eroe nazionale da parte del Presidente Aliyev), sono solo alcuni esempi dei crimini rimasti impuniti in disprezzo di un qualsiasi sentimento di giustizia e, peggio ancora, dimenticati da un’Europa sonnachiosa capace di dar voce ai Diritti Umani unicamente in difesa dei propri interessi.

Anche questa volta le atrocità commesse dall’esercito azero in Karabagh, e di cui ci giungono notizie allarmanti alle quali non si vorrebbe dar credito, saranno dimenticate. Ancora una volta il Diritto ha perso la sua battaglia. Ancora una volta la democrazia è stata vilmente offesa e vilipesa  lasciando che l’anelito della libertà alla quale legittimamente aspiravano gli armeni del Karabagh venisse vergognosamente soffocato.

La situazione cui oggi l’Armenia è giunta, è certamente intricata, complessa nelle dinamiche e ambigua nella sostanza. Fattori geopolitici  peserebbero sul suo futuro. E ciò in presenza tra l’altro di una condizione interna del Paese divenuta con la perdita dell’Artsakh particolarmente instabile.

Se fino a un decennio addietro il conflitto tra Yerevan e Baku poteva definirsi in termini di un scontro ideale tra il principio di integrità territoriale perseguito dall’Azerbaijan e quello di auto-determinazione dei popoli sostenuto dall’Armenia per il Nagorno Karabagh  (una pretesa all’indipendenza peraltro legittimamente invocata ai sensi della Legge del Soviet Supremo del 1990 sulla Secessione delle Repubbliche dell’URSS, fonte normativa cui ha fatto ricorso lo stesso Azerbaijan per ottenere la propria indipendenza), oggi è divenuto scenario in uno scontro ben più ampio che potremmo contestualizzare nel quadro di quelle azioni che gli Stati Uniti, e per essi la NATO, hanno inteso condurre e mettere in atto con l’obiettivo di singolarizzare la Russia sul piano internazionale, accerchiandone il territorio e dispiegando armi strategiche per tutto il perimetro dei suoi confini occidentali dal Baltico al Caucaso. Ben sappiamo d’altronde che l’oggetto di questa contesa non è il diritto alla libertà di qualche sprovveduta nazione, o lo spassionato, quanto filantropico, impegno a garantire la democrazia a qualche regime politico perplesso, bensì l’obiettivo, nefando già di per sé, di conseguire una egemonia sul mondo prima che certi Paesi oggi emergenti  possano contrastare con la loro crescita l’affermarsi della leadership a stelle e strisce a livello planetario.

Ecco allora che la crisi del Nagorno Karabagh acquista in chiarezza e intelligibilità divenendo in questa prospettiva, e soprattutto sulla scia della guerra in Ucraina, un altro tassello della strategia occidentale, e americana più in particolare, volta ad esercitare un ulteriore condizionamento sul Cremlino.

D’altra parte, non mancano a Yerevan, come anche tra i simpatizzanti della causa armena all’estero, sentimenti di avversione verso la politica di certa indifferenza seguita dalla Russia a riguardo degli accadimenti che hanno toccato la Repubblica dell’Artsakh. Mosca, infatti, verrebbe criticata da alcuni osservatori per aver in fondo abbandonato una causa che fino a pochi anni orsono aveva abilmente gestito in ambito OSCE col Gruppo di Minsk e d’intesa con fondamentali partner quali gli USA per l’appunto e la Francia.  Un volta-faccia, dunque, questo mutamento di atteggiamento della Russia? Dalla guerra del 2020, si argomenta infatti da parte di alcuni, Putin si sarebbe limitato a svolgere un ruolo di mera mediazione, purtuttavia funzionale all’obiettivo di evitare il peggio per l’Armenia escludendo il rischio di una sua perdita quale territorio appartenente ad un area di interessi privilegiati per la Russia. E sì. Non dovrebbe sorprenderci una tale visione dei fatti, dal momento che la linea politica seguita dal Premier armeno fin dalla sua ascesa al potere  è stata indirizzata, e non senza forti ambiguità, ad un avvicinamento all’Occidente (e alla NATO) con parallelo allontanamento dalla CSTO ( Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva).

Una linea, questa, non gradita al Cremlino ovviamente che, nel lasciare  al Governo armeno la libertà di scegliersi un destino, ne ha però fatalmente segnato l’indebolimento fino alla attuale sconfitta. Una scelta, dunque, sbagliata per il Governo armeno aver abbandonato la naturale storica vocazione pro-russa del Paese per cedere alle pressioni occidentali volte a distorgliere il Paese dalla sfera di cooperazione con Mosca. Una ambiguità di condotta riscontrabile, peraltro, proprio nella recente adesione di Yerevan alla prima esercitazione militare congiunta con gli USA in territorio armeno svoltasi dall’11 al 20 settembre scorso. Un’esercizio di modesta entità è stato, purtuttavia significativo delle intenzioni di Washington di mettere piede militarmente sul territorio di un Paese legato alla Russia da una alleanza strategica (CSTO) e dalla presenza di una sua importante base militare a Gyumri.

Quanto, poi, agli esiti che potrebbero scaturire dalla reintegrazione del Karabagh nell’ambito di sovranità dell’Azerbaijan, ad una attenta analisi, sembrerebbe del tutto improbabile che da questo superamento della crisi si possa pervenire ad una vera e duratura pacificazione tra i due Paesi. Purtroppo, la “soluzione azera”, alla quale tutti i Paesi occidentali hanno supinamento aderito, non tiene in alcun conto la realtà storico-culturale del popolo armeno. Anzi, la esclude senza eccezione, al punto da indurre a credere che la posizione delle genti del Karabagh sia stata addirittura migliore al tempo dell’URSS quale semplice “oblast sovietico”, ma in grado tuttavia di godere di un certo margine di autonomia. Ora di autonomia non è più questione. L’annientamento dell’organizzazione della Repubblica dell’Artakh, prevedibile conseguenza dell’occupazione di tutto il suo territorio da parte azera, non offrirà ormai speranza alcuna ad un popolo già svilito dalla precarietà di una esistenza vissuta per oltre trentanni in bilico tra una guerra sempre probabile e una pace impossibile. La reintegrazione del Karabagh nei confini dell’Azerbaijan, nei modi brutali in cui è avvenuta, e senza che venissero considerate nella gestione del conflitto le legittime aspirazioni delle sue genti di vivere su una terra di insediamento storico millenario, difficilmente  potrà restituire a questa regione del Caucaso ordine e stabilità.

Il riassetto territoriale è avvenuto, infatti, ma non quello degli animi, del pari indispensabile a garantire una civile convivenza tra due diverse comunità. Il vuoto profondo che contraddistingue i rapporti tra i due popoli, non solo in termini religiosi (cristiani gli armeni e islamici gli azeri), ma anche e sopratutto sul piano storico, culturale e sociale, non potrà mai essere colmato da una soluzione imposta capace soltanto di scavare ancor più i solchi delle divergenze alimentando, in aggiunta, il rischio, attuale e concreto, di ulteriori persecuzioni. L’odio nutrito prima dai turchi ottomani avverso le comunità armene e oggi dai “fratelli azeri”, non lascia spazio neanche a fragili illusioni. Le stragi condotte alla fine del XIX secolo dal Sultano Hamid II, quelle dei Giovani Turchi del 1909 e infine la Grande Tragedia del 1915, a buona ragione definita come primo Genocidio del XX secolo, non offrono alcuna speranza che gli attuali regimi turcomanni in Azerbaijan e in Turchia possano garantire agli armeni del Karabagh il rispetto di una sostanziale parità e eguaglianza sul piano dei diritti. Il timore di essere nuovamente oggetto di prevaricazioni, soprusi e violenze è oggi più che mai attuale, infatti, ed è proprio questa triste prospettiva che spinge ora intere famiglie ad un dolente esodo che per dimensione richiama alla memoria le forzose deportazioni degli armeni verso i deserti della Siria.

Un errore è stato, dunque, sottovalutare le aspirazioni del popolo dell’Artsakh.   La ferita oggi brutalmente inferta alla Nazione difficilmente verrà rimarginata. La frattura che la separa dal secolare suo nemico probabilmente si acuirà in futuro per trovare una possibile compensazione soltanto nella fede in un processo di nemesi storica.

Del resto, laddove l’Occidente ha in passato cercato di costruire i confini degli Stati ricorrendo al taglio netto delle linee rette, ignorando l’esigenza di salvaguardare le identità nazionali, ha sempre fallito nei suoi progetti politici. E di questo fallimento abbiamo purtroppo oggi ampie evidenze se solo guardiamo alla molteplicità dei conflitti in corso nel mondo e alle tante crisi ancora irrisolte.

Il destino della Repubblica dell’Artakh è stato, dunque, ora segnato. Il grido inneggiante alla libertà di un popolo è stato miseramente soffocato, e cancellata ogni aspirazione alla sua auto-determinazione. Un obiettivo, quest’ultimo, considerato ostacolo alle ambizioni dell’ Occidente ceco di fronte al doveroso rispetto dei Diritti Umani, ma molto più incline invece a guadagnarsi il controllo dell’area caucasica per finalità di speculazione e per il conseguimento di posizioni funzionali al contenimento del ruolo della Russia. Il controllo delle rotte degli idrocarburi provenienti dall’Azerbaijan  e lo sfruttamento dei giacimenti auriferi del Karabagh da parte dalla anglosassone Anglo-Asian Mining Company, risulteranno in effetti ora, alla luce dell’esito del conflitto, decisamente più sicuri.

Rimane solo da sperare che, l’Azerbaijan, sostenuto naturalmente dai “fratelli turchi”, non ceda in un prossimo futuro – a completamento dell’operazione ora conclusa – alla tentazione di colpire nuovamente l’Armenia sul suo stesso territorio; e ciò al fine di assicurarsi un ulteriore striscia di terra, quella di Syunik, onde realizzare il grande sogno di unirsi direttamente al “fratello turco” tramite l’enclave del Nakhijevan.  Uno sviluppo gravissimo sarebbe questo che, oltre a colpire al cuore il popolo armeno menomandone storicamente l’identità nazionale, innescherebbe al contempo, in una prospettiva geopolitica, pericolosissime dinamiche in grado di destabilizzare l’intera regione per via dell’incidenza che la nuova situazione avrebbe sull’interesse dell’Iran al mantenimento dello “statu quo” in questa sensibilissima area confinaria.

 

 

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