Lula alla Casa Bianca. Sovranità, dazi e la battaglia per i minerali del futuro


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di Federica Cannas

Tre ore a porte chiuse. Nessun comunicato congiunto, nessuna conferenza stampa condivisa. Quando il 7 maggio 2026 Luiz Inácio Lula da Silva è entrato nello Studio Ovale per incontrare Donald Trump, il mondo, almeno quella parte di mondo che guarda all’America Latina con occhi attenti, ha trattenuto il fiato. Eppure il bilaterale si è concluso con un esito che va letto su più livelli: diplomatico, economico, e profondamente politico. Un esito che rivela quanto sia cambiata, e quanto non sia cambiata, la geometria del potere nell’emisfero occidentale.

Lula ha poi tenuto la sua conferenza stampa in solitaria all’ambasciata brasiliana, e le sue parole hanno tracciato con chiarezza il perimetro di ciò che il Brasile è disposto a cedere e ciò a cui non rinuncerà mai. “Il Brasile è pronto a discutere qualsiasi tema con qualsiasi paese del mondo. Non abbiamo veti. L’unica cosa a cui non rinunciamo è la nostra democrazia e la nostra sovranità”, ha dichiarato Lula.

L’incontro non era stato facile da costruire. Un primo faccia a faccia era previsto a marzo ma era saltato, travolto dalle tensioni geopolitiche e da una serie di frizioni bilaterali. In questi mesi Trump aveva imposto dazi pesanti sulle esportazioni brasiliane, arrivando fino al 50% in un momento di particolare acuirsi delle tensioni legate al processo a Jair Bolsonaro per tentato colpo di Stato. L’ex presidente brasiliano, agli arresti domiciliari, è un alleato di Trump nel campo della destra nazionalista globale, e questa affinità aveva complicato i rapporti con il governo di Brasília. È un cortocircuito che merita di essere nominato con precisione: Washington punisce economicamente un governo democratico eletto mentre sostiene politicamente chi ha tentato di abbatterlo. Non è una contraddizione secondaria, è il cuore del problema.
Eppure la realpolitik ha prevalso. Il Brasile è la più grande economia dell’America del Sud, e possiede riserve di minerali critici e terre rare che Washington desidera ardentemente, in competizione con Pechino. Era nell’interesse di entrambi sedersi al tavolo.

Se c’è un tema che sintetizza la posta in gioco strategica di questo vertice, è quello delle risorse minerarie. Il Brasile dispone di riserve enormi di litio, niobio, terre rare e altri minerali fondamentali per la transizione energetica, la difesa e la produzione tecnologica. Tuttavia, solo circa il 30% del territorio nazionale è stato finora mappato. Lula, che già da agosto 2025 aveva dichiarato apertamente di voler costruire una politica di “sovranità nazionale” sui minerali, rifiutando la logica coloniale di esportare materie prime per importare poi prodotti trasformati ad alto valore aggiunto, ha trasformato la visita a Washington in una piattaforma di affermazione di questa posizione.

Questa logica non è nuova nella storia latinoamericana, è, anzi, la stessa che ha alimentato decenni di conflitti tra Stati e corporazioni multinazionali, tra nazionalismi delle risorse e pressioni esterne. La novità sta nel fatto che oggi il Brasile la porta avanti in un contesto di multipolarità reale. Può giocare la carta cinese, quella europea, quella giapponese, senza doversi affidare esclusivamente a Washington. È questa leva geopolitica, più di qualsiasi legge interna, a rendere la posizione di Lula strutturalmente più forte di quella dei suoi predecessori.

Il giorno prima del vertice, la Camera brasiliana ha approvato il progetto di legge che istituisce la Politica Nazionale dei Minerali Critici e Strategici. Lula l’ha portata come biglietto da visita nella trattativa con Trump, ma anche come argine. Il Brasile accoglierà investimenti americani, cinesi, europei, giapponesi, senza discriminazioni geopolitiche, ma sotto controllo statale e con obbligo di valorizzazione in loco. Nessuna concessione di risorse senza industrializzazione sul territorio brasiliano.

Vale la pena sottolineare quanto questo principio sia esattamente ciò che il sistema commerciale internazionale ha storicamente impedito ai paesi del Sud globale. I meccanismi tariffari dei paesi ricchi hanno da sempre penalizzato i semilavorati e i prodotti finiti provenienti dal Sud, favorendo l’importazione di materie grezze. Che il Brasile lo affermi come principio negoziale non scontato è, in sé, un fatto politico rilevante.

Lula ha affrontato il tema della sicurezza con la stessa fermezza. Ha difeso un approccio multilaterale al contrasto del crimine organizzato, respingendo implicitamente la logica dell’egemonia di un singolo paese nella governance della sicurezza regionale. Ha ricordato, con toni che non lasciano spazio a fraintendimenti, che parte delle armi che alimentano la violenza in Brasile proviene dagli Stati Uniti, e che reti di riciclaggio di denaro operano in stati americani. Non un’accusa, ma una mappa dei problemi condivisi che richiede soluzioni condivise.

Su questo punto il vicepresidente del Brasile Geraldo Alckmin aveva anticipato, in una intervista a GloboNews prima del vertice, che i due paesi potevano svolgere “un lavoro importante” contro il traffico di droga, armi e reti criminali internazionali. Un accordo bilaterale su questo fronte è tra i risultati pratici attesi nei prossimi mesi.

Resta da vedere se questa cooperazione sulla sicurezza potrà reggere senza scivolare nella logica della “guerra alla droga” a guida americana, che in America Latina ha prodotto più danni che soluzioni. Il multilateralismo invocato da Lula è condivisibile come principio; la sua traduzione operativa dipenderà da quanto Washington sarà disposta a trattare da pari e non da garante unilaterale dell’ordine regionale.
Il vertice non va letto soltanto nel registro diplomatico. Siamo a meno di sei mesi dalle elezioni presidenziali brasiliane di ottobre, e Lula affronta una sfida politica difficile. Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente condannato per tentato golpe, è in pareggio statistico con Lula nei sondaggi su un eventuale ballottaggio, un risultato straordinario per chi porta il cognome di chi ha cercato di sovvertire l’esito delle urne nel 2022.

In questo contesto, l’immagine di Lula accolto alla Casa Bianca come capo di stato legittimo e rispettato vale più di qualsiasi sondaggio. Il messaggio è inequivocabile. Il Brasile non ha bisogno di un Bolsonaro per parlare con Washington. La democrazia brasiliana ha il suo peso specifico, indipendentemente dalle simpatie dell’establishment MAGA per la destra ultranazionalista sudamericana.

Ma questa legittimazione ha un prezzo che vale la pena misurare. Lula torna a casa con un’immagine presidenziale rafforzata, ma anche con il rischio di aver normalizzato un interlocutore che al contempo fiancheggia i suoi avversari politici. La domanda che si pone la sinistra latinoamericana non è se fosse giusto andare — era necessario — ma a quali condizioni, e con quale racconto pubblico. Su questo, la conferenza stampa solitaria all’ambasciata è stata una scelta comunicativa precisa: Lula ha parlato ai brasiliani, non a Trump.

Non a caso, Lula ha scelto di tenere la conferenza stampa finale in forma solitaria, rivolta al pubblico brasiliano più che alla platea internazionale. Ha ironizzato con Trump sui Mondiali di calcio del 2026 che si terranno negli USA — “gli ho detto: spero non annulli il visto alla nazionale brasiliana, perché verremo qui per vincere la Coppa del Mondo. E lui ha riso” — costruendo un’immagine di interlocuzione paritaria, persino conviviale, con il presidente americano.

Il vertice si è concluso con toni positivi ma senza firme. La creazione di un gruppo di lavoro bilaterale commerciale è l’unico risultato concreto annunciato. I dazi restano in campo, e la legge sui minerali critici deve ancora passare al Senato brasiliano. La strada verso accordi operativi è ancora lunga.
Resta anche aperta la contraddizione fondamentale. Trump accoglie Lula come partner strategico mentre la sua rete politica sostiene apertamente la famiglia Bolsonaro, che ha fatto del rovesciamento del governo Lula una bandiera. Il pragmatismo geopolitico ha la sua logica, ma le contraddizioni si accumulano.

Dal punto di vista dell’America Latina progressista, il giudizio su questo vertice deve essere articolato. Lula ha difeso con chiarezza i principi di sovranità nazionale e di multilateralismo. Ha rifiutato di sottomettersi alla logica dei dazi come strumento di pressione politica. Ha affermato il diritto del Brasile a scegliere i propri partner economici senza preclusioni ideologiche. Sono posizioni che meritano riconoscimento.
Al tempo stesso, la pressione americana sulle risorse naturali brasiliane non si esaurisce con un incontro alla Casa Bianca. La partita sui minerali del futuro è appena iniziata, e si gioca su un campo in cui il Brasile ha le carte, ma deve avere anche la forza politica e istituzionale per tenerle.

Il bilancio di questo vertice è quello di un’affermazione di dignità in condizioni strutturalmente asimmetriche. Lula non ha ottenuto la revoca dei dazi, non ha strappato garanzie scritte, non ha cambiato l’orientamento di fondo dell’amministrazione Trump verso l’America Latina. Ha però dimostrato che esiste uno spazio ristretto, contendibile, ma reale, in cui la sovranità del Sud può essere esercitata senza chiedere il permesso. Tenerlo aperto, e allargarlo, è il compito della politica progressista latinoamericana nei prossimi anni.

Un passo importante, sì. Ma in un cammino ancora pieno di insidie.


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