(Federica Cannas) – Nel gennaio del 1968, mentre l’Europa è ancora divisa da muri visibili e invisibili, a Praga accade qualcosa che nessuno aveva davvero previsto. Alla guida del Partito comunista cecoslovacco arriva Alexander Dubček, un dirigente cresciuto dentro il sistema, convinto che il socialismo avesse bisogno di una profonda revisione per non trasformarsi in una macchina autoreferenziale e distante dalla vita reale delle persone.
La sua biografia racconta una formazione politica solida e coerente. L’infanzia trascorsa in Unione Sovietica in una comunità cooperativistica, l’esperienza nella Resistenza contro il nazismo, gli studi a Mosca, la lunga militanza nel partito. È proprio questa conoscenza dall’interno a renderlo credibile e, allo stesso tempo, pericoloso. Quando prende in mano la direzione del paese, la Cecoslovacchia è attraversata da un malessere evidente: economia in affanno, consenso in calo, una società civile compressa da anni di censura e immobilismo.
Le riforme avviate nei mesi successivi non hanno il tono della rottura ideologica, ma quello di una normalizzazione democratica che, nel contesto del blocco orientale, assume un valore dirompente. La censura viene abolita, la stampa torna a essere un luogo di confronto, il dibattito pubblico si allarga, l’economia viene ripensata con maggiore autonomia gestionale. Il Programma d’azione dell’aprile 1968 non promette rivoluzioni spettacolari, ma restituisce spazio alla parola, alla partecipazione, alla responsabilità politica. Ed è proprio questa concretezza a conquistare una larga parte della società cecoslovacca.
La Primavera di Praga cresce così, giorno dopo giorno, come un processo riconoscibile e condiviso. Le piazze si riempiono, le università diventano laboratori di discussione, gli intellettuali ritrovano voce, i lavoratori partecipano al cambiamento senza forzature. Dall’esterno, però, l’esperimento appare sempre più intollerabile. A Mosca e nelle capitali del Patto di Varsavia si teme che quel modello possa fare scuola, dimostrando che socialismo e libertà non sono incompatibili.
Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, i carri armati entrano a Praga. L’invasione interrompe bruscamente un percorso che non aveva mai messo in discussione l’appartenenza al campo socialista, ma che aveva osato ridefinirne i confini politici e morali. Dubček viene arrestato, trasferito a Mosca, sottoposto a pressioni durissime. Al suo ritorno è chiaro che la stagione riformatrice è finita. Nel giro di pochi mesi viene progressivamente estromesso, fino a essere relegato a incarichi marginali, lontano da ogni centro decisionale.
Da quel momento inizia la parte meno visibile ma forse più significativa della sua storia. Dubček attraversa gli anni della “normalizzazione” senza abiure spettacolari e senza gesti plateali. Non rinnega il 1968, non cerca di riscrivere il passato, non si presta a operazioni di facciata. Rimane una figura sorvegliata, silenziosa, ma riconoscibile, soprattutto per chi aveva visto in lui la possibilità concreta di un cambiamento pacifico e credibile.
Nel 1989, con la Rivoluzione di velluto, Alexander Dubček torna sulla scena pubblica in un modo che dice molto del suo ruolo nella storia cecoslovacca. La sua prima apparizione a piazza Venceslao, accanto a Václav Havel, viene accolta da un lungo applauso che non ha nulla di nostalgico. Poche settimane dopo, il 28 dicembre, viene eletto presidente del Parlamento federale. Non è una scelta casuale né puramente simbolica. Dubček rappresenta il filo interrotto della democratizzazione del 1968, la prova che il cambiamento non nasce dal nulla ma può riemergere quando le condizioni storiche lo consentono. Nel nuovo assetto istituzionale non cerca un ruolo dominante, non rivendica primati, non trasforma la memoria in strumento di potere. La sua presenza accompagna la transizione con discrezione e misura, offrendo alla Cecoslovacchia un passaggio alla democrazia che non cancella il passato, ma lo ricompone.
Alexander Dubček non appartiene alla categoria degli eroi vincenti. La sua eredità sta altrove, nella dimostrazione concreta che un’idea politica può essere sconfitta senza essere delegittimata, sospesa ma non annullata. La Primavera di Praga è stata schiacciata dai carri armati, ma non archiviata dalla storia. Nel ritorno sobrio e istituzionale di Dubček nel 1989 si concentra il senso più profondo della sua vicenda: la possibilità che giustizia sociale, libertà e partecipazione democratica non siano termini incompatibili, ma parti di una stessa tensione politica. Una possibilità rimasta incompiuta, ma proprio per questo ancora capace di interrogare il presente europeo.



e poi