Le Forze Armate sudanesi (Sudanese Armed Forces, SAF) affermano di aver avviato una nuova fase di preparazione operativa per riconquistare Kordofan (centro) e Darfur (ovest), i due principali teatri di guerra in cui le Rapid Support Forces (RSF) – il potente gruppo paramilitare rivale – mantengono ancora ampie porzioni di territorio. L’annuncio arriva mentre il conflitto, esploso nell’aprile 2023, continua a intensificarsi nelle periferie del Paese nonostante i successi militari della SAF registrati nel 2025 nell’area della capitale.
Una campagna “più complessa” dopo la svolta su Khartoum
Nelle ultime 72 ore, comunicazioni militari e resoconti di stampa locale e internazionale indicano un’accelerazione di raid aerei e azioni terrestri in più direttrici, con particolare attenzione ai corridoi logistici tra Darfur, Kordofan e l’asse che conduce verso il confine libico. La SAF sostiene che una futura offensiva di “liberazione” nelle due regioni richiederebbe pianificazione e concentrazione di forze superiori rispetto alla campagna che ha portato a dichiarare Khartoum “ripulita” dalla presenza RSF nella primavera 2025, quando l’esercito ha rivendicato il controllo della capitale e riconquistato siti simbolici come il Palazzo Repubblicano.
Cosa dicono le SAF: colpiti mezzi e “centinaia” di combattenti
In una nota diffusa il 9 gennaio 2026, la SAF ha dichiarato di aver condotto operazioni aeree e terrestri in Darfur e Kordofan, rivendicando la distruzione di circa 240 veicoli da combattimento e la morte di “centinaia” di combattenti RSF. Queste cifre non risultano verificabili in modo indipendente al momento: sono state riprese da media e agenzie che citano direttamente comunicati militari.
Sul terreno, tuttavia, più fonti convergono su un punto: l’escalation è reale e si manifesta sia con l’aumento degli attacchi aerei della SAF sia con la crescente capacità delle RSF di colpire in profondità con droni e incursioni mirate.
El-Obeid e Kadugli: il nodo del Kordofan tra offensiva e assedio
Il Kordofan è diventato il baricentro di una guerra di logoramento per il controllo di snodi stradali, piste, depositi e città-ponte tra il Sudan “centrale” e l’ovest. Un indicatore della pressione militare è la serie di attacchi con droni su El-Obeid (capoluogo del Nord Kordofan), che secondo medici e reti locali ha causato vittime civili: un episodio riportato all’inizio di gennaio parla di 13 morti in un quartiere residenziale.
Più a sud, Kadugli (Sud Kordofan) è descritta da organismi ONU e media internazionali come una città sotto assedio, con accessi limitati e rischi elevati per i civili. L’Alto Commissariato ONU per i diritti umani ha avvertito, a dicembre 2025, del pericolo di nuove atrocità di massa in Kordofan, sottolineando la presenza di più attori armati oltre a SAF e RSF (tra cui fazioni locali come lo SPLM-N) e l’aumento degli scontri.
Darfur: controllo RSF, al-Fashir e la dimensione umanitaria
Nel Darfur, la RSF mantiene da tempo una posizione di forza in molte aree; le linee del fronte restano fluide, ma l’ovest del Paese continua a essere la regione con il più alto rischio di violenze contro i civili e blocchi umanitari. Sul piano umanitario, la situazione è drammatica: un monitor sostenuto dall’ONU (IPC) ha confermato condizioni di carestia in al-Fashir (Nord Darfur) e Kadugli (Sud Kordofan), entrambe colpite da assedi e da restrizioni all’accesso.
A inizio gennaio 2026, un aggiornamento Reuters basato su dati ONU ha riportato che oltre 21 milioni di persone affrontano insicurezza alimentare acuta e che circa 34 milioni necessitano di assistenza umanitaria; la stessa fonte evidenzia inoltre l’impatto sproporzionato su donne e nuclei familiari guidati da donne, esposti anche a maggior rischio di violenza sessuale mentre cercano cibo e acqua.
Sfollati: trend e numeri disponibili
Per le stime sugli sfollati interni (IDP), la fonte tecnica di riferimento resta la Displacement Tracking Matrix (DTM) dell’OIM/IOM, che aggiorna periodicamente i movimenti di popolazione con metodi basati su informatori chiave e riscontri locali. I prodotti DTM disponibili a inizio gennaio indicano che il Kordofan ospita oltre un milione di sfollati interni (stima aggregata regionale) e riportano episodi recenti di spostamenti legati a incidenti di sicurezza in località del Nord e dell’Ovest Kordofan.
Questi numeri vanno letti come stime operative (non censimenti) ma sono ampiamente utilizzati nella pianificazione umanitaria.

SCHEDA GEOPOLITICA
Perché Kordofan e Darfur sono decisivi
Kordofan e Darfur rappresentano oggi il nodo strategico centrale del conflitto sudanese. Dal punto di vista militare, il loro controllo è determinante innanzitutto per ragioni logistiche: chi domina le principali arterie stradali, le piste e i corridoi che collegano il Sudan centrale alle regioni occidentali controlla di fatto la capacità di rifornire basi, guarnigioni e centri urbani, oltre a influenzare i movimenti delle truppe e l’accesso agli aiuti. In un Paese vasto e infrastrutturalmente fragile come il Sudan, il possesso di questi snodi equivale a un vantaggio operativo decisivo.
Vi è poi una dimensione politica e simbolica. Dopo aver rivendicato la riconquista di Khartoum, la capacità delle Forze Armate Sudanesi di mantenere e consolidare il controllo su Kordofan e Darfur è diventata la principale misura della loro effettiva autorità statale sul territorio nazionale. La tenuta di queste regioni non è solo una questione militare, ma un banco di prova della legittimità e della credibilità del potere centrale in un Paese frammentato da anni di conflitti interni.
Infine, l’andamento delle operazioni in Kordofan e Darfur ha un impatto diretto sulla dimensione internazionale della guerra. I successi o i fallimenti sul campo influenzano i tentativi di mediazione, il flusso degli aiuti umanitari e gli allineamenti esterni, in un contesto in cui entrambe le parti cercano sostegno politico, diplomatico e materiale da attori regionali e internazionali.
Allo stato attuale, alcune dinamiche risultano confermate da fonti indipendenti: l’intensificazione dei combattimenti in Kordofan, gli allarmi delle Nazioni Unite sul rischio di atrocità contro i civili, la gravità della crisi alimentare e la conferma, da parte dei meccanismi internazionali di monitoraggio, di condizioni di carestia in aree come al-Fashir e Kadugli, oltre alla vastità della crisi umanitaria documentata da agenzie ONU e riportata da Reuters. Al contrario, restano non verificabili in modo indipendente le cifre fornite dalla SAF sulle perdite inflitte alle RSF, inclusa la distruzione di centinaia di veicoli e il numero di combattenti uccisi, che derivano esclusivamente da comunicati militari.
In questo quadro, l’offensiva annunciata dall’esercito – se e quando si tradurrà in un’operazione terrestre su vasta scala – si innesta su una realtà già segnata da bombardamenti aerei, attacchi con droni e assedi prolungati. Una dinamica che continua a produrre un costo civile elevatissimo e che lascia margini sempre più ridotti per un accesso umanitario stabile e sicuro.



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