Turchia, fabbriche in affanno e costi in corsa: il 2026 parte in salita per l’industria


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Il manifatturiero turco apre il 2026 con il freno tirato: l’indice PMI (Purchasing Managers’ Index) dell’Istanbul Chamber of Industry, elaborato su dati S&P Global, è sceso a 48,1 a gennaio da 48,9 di dicembre, restando sotto la soglia di 50 (che separa espansione e contrazione) per il 22° mese consecutivo.

Domanda debole, export ancora più fragile

Il segnale che arriva dalle aziende è quello di una domanda ancora “sottotono”: gli ordini totali continuano a calare e la componente estera mostra un passo ancora più incerto, con gli ordini export in peggioramento più marcato rispetto al mercato domestico. Questo mix suggerisce che, oltre ai fattori interni, pesino anche le condizioni del commercio internazionale e l’appetito di acquisto dei principali sbocchi della Turchia.

Produzione e lavoro: la risposta è difensiva

Con meno commesse, le imprese hanno reagito riducendo l’attività: il PMI descrive un’ulteriore contrazione della produzione, accompagnata da tagli a occupazione e acquisti e da un ridimensionamento delle scorte (input e prodotti finiti). È la classica dinamica “di contenimento” tipica delle fasi in cui le aziende cercano di proteggere margini e liquidità in attesa di segnali più solidi sul fronte della domanda.

Inflazione dei costi: il nodo che non si scioglie

La parte più delicata riguarda i prezzi: secondo l’indagine, le pressioni sui costi si sono intensificate, con un aumento dei prezzi degli input ai ritmi più elevati da aprile 2024, attribuito soprattutto al rincaro delle materie prime. Di riflesso, anche i prezzi di vendita sono saliti verso livelli vicini ai massimi degli ultimi due anni, segno che le imprese stanno continuando a trasferire una quota dei maggiori costi sui clienti.

Qui l’incrocio con i dati ufficiali aiuta a capire il contesto: a dicembre 2025 l’inflazione al consumo risultava al 30,89% annuo (con +0,89% mensile). Anche se il trend annuale è sceso rispetto ai picchi del 2024, il livello resta tale da rendere fragile qualsiasi ripresa “pulita” della domanda: salari, prezzi e aspettative si muovono su piani ancora instabili.

Tassi in calo, ma la finestra per la crescita resta stretta

Sul fronte monetario, la banca centrale (TCMB) ha ridotto il tasso di policy al 37% nella riunione di gennaio (dal 38%), segnalando un orientamento più accomodante ma ancora condizionato dall’evoluzione dell’inflazione. In teoria, tassi più bassi possono alleggerire il costo del credito e sostenere investimenti e circolante; in pratica, però, quando i prezzi degli input accelerano e la domanda resta fiacca, l’allentamento monetario rischia di tradursi più in “ossigeno” finanziario che in nuova produzione.

Un’apparente contraddizione: PMI debole, produzione industriale in crescita

C’è un punto da leggere con attenzione: gli indicatori “soft” (come il PMI) fotografano la direzione e l’intensità del cambiamento mese su mese, mentre le statistiche ufficiali misurano i livelli di produzione. Non è quindi insolito che coesistano segnali diversi. Ad esempio, l’industria turca risultava in crescita annua a novembre 2025 (+2,4%), con il manifatturiero a +2,7%. Il PMI sotto 50 indica che, all’inizio del 2026, la spinta marginale del settore rimane negativa: anche se i volumi rispetto all’anno precedente possono essere più alti, nel breve la traiettoria resta di rallentamento/contrazione.

In altre parole, l’industria manifatturiera turca si muove in un corridoio stretto. Da un lato la domanda non è abbastanza robusta da rimettere in moto con decisione ordini e produzione; dall’altro, la spinta dei costi – dalle materie prime ai prezzi praticati a valle – continua a pesare sui bilanci delle imprese e sulle scelte dei consumatori. Anche l’allentamento dei tassi può offrire un po’ di respiro, ma difficilmente basta, da solo, a trasformare il clima in fabbrica: se l’inflazione dei costi resta elevata, il beneficio del credito più “leggero” rischia di essere assorbito dall’aumento dei prezzi e dall’incertezza.

La vera svolta, quindi, passa da un riequilibrio che oggi non è ancora evidente: un raffreddamento più netto delle pressioni inflazionistiche e, allo stesso tempo, un recupero della domanda – soprattutto estera, che appare più debole del mercato interno. Finché questi due tasselli non si incastrano, il manifatturiero resterà più concentrato sulla difesa (riduzione di output, scorte e organici) che sull’espansione. Il messaggio del PMI è chiaro: l’economia reale non è in caduta libera, ma la ripartenza non è automatica e, senza un miglioramento simultaneo di costi e ordini, il 2026 rischia di continuare con lo stesso passo incerto con cui si è chiuso il 2025.


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