Palestina. Dove l’arte di sorridere è resilienza e reato


 

(Simona Planu) – Gli appelli per la sua liberazione si moltiplicano, si organizzano petizioni internazionali e si diramano comunicati, ma è passato oltre un mese da quando Mohammed Faisal Abu Sakha si trova  recluso nelle carceri israeliane. La valenza simbolica del suo arresto è enorme: il formatore della Palestinian Circus School, come altri artisti, rappresenta l’esempio positivo;  in un contesto in cui la distruzione materiale è la faccia più visibile, l’arte diventa avanguardia che trascina la resistenza come capacità di attutire i colpi e andare avanti. Il suo caso rientra nel giro di vite che Israele sta stringendo intorno a giornalisti, attivisti e organizzazioni non governative.

Mohammed Faisal Abu Sakha è un giovane palestinese di 23 anni che ha scelto l’arte circense per raccontare il suo mondo. Dietro le sue parole, mostrate in un video che circola in rete, l’importante consapevolezza che oltre le bombe, gli arresti e le umiliazioni quotidiane delle limitazioni imposte c’è la necessità di canalizzare l’aggressività e le emozioni negative nella manifestazione più spontanea del loro opposto, la capacità di sorridere.

Il contesto palestinese è un laboratorio sociale dove le arti espressive hanno una duplice valenza: raccontare le difficoltà quotidiane e, come spiega Mohammed,  mostrare la capacità di trasformare una situazione difficile in qualcosa di bello.

L’emblema di questa sfida è Gaza, dove le immagini dei morti sono intervallate dal naso rosso dei clown che durante i bombardamenti raggiungono le scuole piene di persone, rimaste senza casa e, spesso, senza un familiare o un amico caro. Gaza, chiusa agli occhi del mondo, vuole mostrare un’altra immagine di sé, quella che nelle scritte sui muri racconta di un popolo che ama la vita, quella dove un mondo a colori esiste anche nei campi profughi e in un porto senza arrivi né partenze.

Dall’altra parte, oltre il muro, altre storie, come quella del villaggio di Al-Araqib, ricostruito 93 volte. I suoi abitanti sono lì e non se ne vanno.

Il bello di cui parla Mohammed è fatto di piccoli simboli ma è un lavoro duro che si combina con quello di psicologi e educatori, che non trascura l’identità, ma che allo stesso tempo guarda al futuro. L’insegnamento degli artisti si riflette nei gesti e negli sguardi dei piccoli allievi che, in questi giorni, si mobilitano chiedendo la liberazione del loro istruttore.

Secondo l’Organizzazione Non Governativa Addameer, sono 660 i palestinesi finiti nel limbo della detenzione amministrativa, un limbo che non permette di conoscere l’entità della pena né i motivi della reclusione. Mohammed Faisal Abu Sakha è uno di loro. I prigionieri palestinesi cercano in ogni modo di non sparire in questo limbo, ma la situazione all’interno delle carceri israeliane si fa sempre più drammatica. Dopo l’approvazione, a luglio di quest’anno, della legge sulla alimentazione forzata, in questi giorni il giornalista Muhammed Elqeiq, in sciopero della fame da quasi due mesi, ha subito l’applicazione del trattamento medico forzato.