Lo schiaffo a Obama


 

di Bruno Scapini

 Sembra non esserci fine alla Guerra Fredda.

A scongiurarla non è bastato il crollo del muro di Berlino, e tanto meno la dissoluzione dell’Unione Sovietica, né la presa sull’opinione pubblica mondiale dei movimenti pacifisti ed ecologici, e neanche gli accorati appelli di Papa Francesco a bandire dall’Umanità ogni forma di violenza.  C’è sempre qualcuno che ci prova a rievocarla. C’è sempre  un qualcuno che, dissimulando le proprie vere intenzioni, trae  in inganno i benpensanti e ripropone il vecchio scenario – duro a morire – della Guerra Fredda tra gli Usa e la Russia.

La recente notizia delle accuse mosse da Obama contro Mosca di aver indebitamente interferito nel recente voto presidenziale americano mirerebbe in effetti proprio a questo.

Non si sono ancora stemperate le criticità dei rapporti tra i due Paesi, per via dell’ Ucraina e della Siria, che ecco profilarsi all’orizzonte un nuovo scontro suscettibile di degenerare in una vera e propria tensione tra le due superpotenze, e non solo sul piano diplomatico.

Sappiamo bene, infatti, come la candidatura di Donald Trump sia stata fortemente osteggiata dal Partito Democratico, e come la sua vittoria, giunta quasi inaspettata, abbia profondamente scosso i centri di potere avversari come anche le potenti lobby militari e industriali che hanno da decenni ormai condizionato il corso della politica estera americana. Obama, a pochi giorni dalla scadenza definitiva del suo mandato, e in un totale disprezzo del “politically correct” che eticamente lo avrebbe dovuto obbligare ad astenersi da decisioni e iniziative suscettibili di influire sulla politica del suo successore, si concede invece ad una mossa gravissima con l’aperto intento di danneggiare Trump  nella sua prima gestione della presidenza: accusa Mosca di aver responsabilmente alterato il voto presidenziale e decide di espellere ben 35 diplomatici russi dagli Stati Uniti sulla base di presunte manipolazioni informatiche. Un gesto, questo, a tutti gli effetti  da “guerra fredda”. Un gesto che nella comune prassi di una crisi diplomatica avrebbe certamente indotto ad una ritorsione di eguale e proporzionale portata e tenore. Ma nulla di tutto questo è avvenuto.  Putin declina una qualsiasi ritorsione. Egli dichiara, al contrario, di non voler espellere nessun diplomatico americano da Mosca, ma anzi di voler invitare tutto il corpo diplomatico a festeggiare insieme al Cremlino l’arrivo del nuovo anno.

Mossa sorprendente quella di Putin. Mossa geniale, di un leader  ormai conscio della posizione di forza acquisita dal suo Paese a riguardo dei principali dossier internazionali in cui proprio

l’America di Obama ha apertamente cercato in tutti i modi di piegare il corso degli eventi ai propri interessi, ricorrendo ora alla mistificazione della verità, ora, e dove necessitava la violenza, alle guerre per “procura”.

Ed anche in questo caso potremmo parlare di “procura”.  I poteri forti e nascosti dell’America, avendo mal digerito la progressiva riaffermazione del ruolo della Russia di Putin sullo scacchiere mondiale ( vedasi l’annessione della Crimea, la lotta al terrorismo internazionale dell’ISIS e il sostegno vitale alla Siria di Assad ), danno ormai mandato ad un Presidente uscente, e come tale in fondo innocuo, di nuocere al neo Presidente eletto confezionandogli un “pacchetto” ad hoc di politica estera certamente compromettente per i suoi rapporti personali con Putin, e con l’effetto di obbligarlo a gestire le relazioni col Cremlino con ogni massima attenzione onde evitare pericolose cadute all’indietro. Il gesto di Putin, per contro, di non avvalersi in questa circostanza di alcuna ritorsione  – seppure lecitamente ammessa  a termini di diritto internazionale – vorrebbe significare in modo elegantemente diplomatico non solo la estraneità di Mosca ai fatti denunciati da Obama  non raccogliendo la “sfida” – e non sarebbe questo il primo caso di tesi artefatte costruite appositamente dai servizi segreti americani allo scopo di destabilizzare la verità,  come per esempio  in Iraq con il nucleare – ma anche che il “gioco americano” non potrà questa volta funzionare. La “veritas” moscovita  – intende  dire Putin – è fuori discussione e che il rapporto con Trump potrebbe essere troppo forte per essere destabilizzato o compromesso da un episodio di bassa cucina messo in atto da chi in fondo si sente oggi perdente.

Infatti, se veramente ci fosse stata manipolazione del voto presidenziale, nulla avrebbe impedito alle forze democratiche di ricorrere alla via giudiziaria per l’accertamento del falso elettorale. In fondo l’America è uno “stato di diritto”. Ma si è scelto, invece, di ricorrere alla CIA, alle insinuazioni anziché alle incriminazioni, alle menzogne anziché alla verità provando ancora una volta che in fondo i centri di potere americani non vogliono la riconciliazione con la Russia, ma la sua singolarizzazione  tacciandola ancora di essere il “nemico di sempre”.

L’episodio ha dunque il sapore di  un gioco maldestramente giocato. Trump non può non esserne perfettamente conscio. E come ha lasciato ben intendere procederà, non appena si sarà insediato alla Casa Bianca, ad un completo rinnovamento dell’establishment presidenziale, non esclusi ovviamente i vertici della stessa CIA.  Ma vincente in questa partita sarà di certo Putin che con la sua decisione di non “rispondere” alla provocazione americana non solo ha conseguito un più alto livello di stima sul piano internazionale, ma ha anche inferto un duro colpo all’arroganza dei circoli di Obama personalmente destinatario, questi, per “procura”, di un tanto umiliante quanto inaspettato schiaffo.