Gli effetti delle guerre in Medio Oriente: i profughi e la rotta dei Balcani


 

 (Ilario Piagnerelli) – Se non avesse accolto, attraverso la rotta dei Balcani, più di un milione di persone, oggi la Germania avrebbe avuto meno problemi ad assorbire i profughi che anche quest’inverno sono rimasti bloccati in Italia, in Serbia o in Grecia. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha fatto questo grande gesto di generosità perché ha un qualche interesse per il futuro diplomatico ed economico suo paese. Al contempo, ha ipotecato una grossa parte della sua popolarità soprattutto nella regione del Sud. Bisogna essere chiari quando si parla del fenomeno migratorio in atto: non si tratta di un’invasione. Almeno per quanto riguarda la cosiddetta rotta dei Balcani, siamo di fronte a persone che fuggono dalle guerre. E non è un caso che la maggior parte di loro provenga dalla Siria.  L’Europa, di fronte a questa emergenza, ha delle responsabilità, anche per il suo ruolo nel panorama politico internazionale. Basta guardarsi intorno per capire come il vecchio continente non abbia subito alcuna invasione.

In Libano, ad esempio, è presente un milione di profughi siriani su quattro milioni di abitanti. Stiamo parlando di un paese non florido come l’Europa. Si pensi anche alla Turchia che, nonostante tutti i suoi problemi, ospita circa tre milioni di profughi. Tutti hanno il diritto di chiedere protezione in un paese straniero ma nessun profugo, è bene rammentarlo, ha il diritto di raggiungere il paese da cui vuole essere protetto.

Quelli che arrivano in Europa molto spesso hanno parenti o comunità con i quali ricongiungersi, motivo per il quale decidono di non fermarsi in Turchia o in Libano. Si è aperta, a causa delle direttive comunitarie, una rotta terrestre che i profughi percorrono con una spesa di circa 6.000 euro a testa, soldi che vengono destinati ai trafficanti di essere umani. Questa rotta balcanica attraversa 6/8 confini e arriva fino all’Austria che, in poco tempo, ha visto il sorgere di una quantità impressionante di muri. Tutto ciò, paradossalmente, ha creato un’industria dell’immigrazione illegale verso l’Europa. Tale rotta si è aperta per necessità di quei siriani, principalmente, che scappavano dalla guerra e che si mettevano in cammino lungo la linea ferroviaria che percorreva i Balcani fino all’Austria. Quella rotta, dove agiscono oramai migliaia di trafficanti, ora è seguita anche dai cosiddetti migranti economici che continuano ad arrivare a caro prezzo, soprattutto dall’Afghanistan e dal Pakistan.

Nel frattempo, sono sorti altri muri, compreso quello in Grecia, con la benedizione e i finanziamenti dell’UE. Questo muro ha causato una strage di oltre mille persone che, anziché attraversare il fiume Evros, si sono messi nei gommoni dell’Egeo verso l’isola di Chios e di Lesbo. Qui sono morti a causa dei giubbotti di salvataggio fasulli, fabbricati in Turchia e riempiti non con materiale galleggiante ma con quello dei materassini delle palestre che assorbe l’acqua. Quei giubbotti dovevano essere la loro salvezza e invece sono stati la causa della loro morte. Li hanno indossati e una volta in acqua sono affogati.

Il muro più famoso è quello dell’Ungheria di Victor Orban con i suoi 175 km di lunghezza. L’ultimo passaggio lasciato, quello che ho raccontato nel mio reportage trasmesso da Euronews, corrispondeva al binario ferroviario. Quel varco è stato chiuso con un vagone foderato da filo spinato alla presenza di tutti i giornalisti. Orban è un po’ il Trump dei Balcani, però l’Ungheria è un paese che vive la sindrome dell’accerchiamento, un paese non slavo circondato da paesi slavi. Orban attinge a un retroterra culturale anti islamico molto forte.

Muri più piccoli sono invece quello tra la Croazia e la Slovenia e quello tra la Macedonia e la Grecia. In quest’ultimo si formò un accampamento di 13.000 persone che annegavano letteralmente nel fango perché nessuno li aveva messi a conoscenza che la frontiera stava per chiudere. Esisteva già una barriera ma vi era stato lasciato un varco in corrispondenza della ferrovia.

L’anno scorso sono arrivate 187.000 persone in Italia, mentre 62.000 sono rimaste bloccate in Grecia oltre che da questa barriera anche dalla moratoria sulle regole di Dublino, che impone che il paese di prima accoglienza si faccia carico dell’asilo. Le persone ora si trovano lì in condizioni disperate, in capannoni abbandonati, in aree industriali della Grecia, che ha 10.000.000 di abitanti; altri 8.000 sono in Serbia, dove circa 2000 dormono a Belgrado, all’aperto, in mezzo alla neve. Fortunatamente sono tutti giovani e maschi ma probabilmente saranno tutti respinti in quanto afghani, pakistani ma anche iraniani tra cui ingegneri cristiani. Situazioni disperate, quindi, quelle che ho visto percorrendo da reporter questa rotta dei Balcani.

Una rotta che si va spegnendo ma che potrebbe riaccendersi perché l’accordo con la Turchia è molto precario, in quanto si basa sulla promessa di 6 miliardi di euro da parte dell’UE che non sta rispettando i suoi impegni tra cui anche quello di abolire il visto per i turchi che vogliono entrare nel vecchio continente. Con la situazione di terrorismo che vive la Turchia, e con le infiltrazioni che ha, sarà molto difficile garantire queste richieste e, quindi, quest’accordo è pronto a saltare da un momento all’altro e quindi la rotta potrebbe di nuovo essere invasa dai profughi.

 

Ilario Piagnerelli è inviato della redazione esteri di Rainews24

 

Foto: Rainewe24