Economie nel Mediterraneo: luci e ombre nello studio annuale del Cnr


 

Trasformazioni sociali e flussi migratori, mutamenti economici e politici. In che modo è cambiato il Mediterraneo nell’ultimo decennio, quali prospettive dopo le rivolte del 2011 e, soprattutto, quali speranze di miglioramento del processo di integrazione fra le due rive? A questi interrogativi cerca di rispondere l’ultimo Rapporto sulle economie del Mediterraneo edito da Il Mulino e curato da Eugenia Farragina dell’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo del Cnr.

Giunto alla sua decima edizione, lo studio – frutto della collaborazione di diversi ricercatori provenienti da vari atenei e istituti italiani – fotografa la situazione politica, economica e sociale dell’area, mettendo in evidenza luci e ombre dell’ultima decade. Dalle occasioni politiche mancate dai Paesi della sponda Nord e la responsabilità di alcuni di essi ”nel caos libico, nella guerra civile siriana; nella instabilità dell’Iraq – culla dell’autoproclamato Stato islamico – e nella restaurazione egiziana”; ai grandi mutamenti economici.

”Dal cambiamento nella mappa geografica degli investimenti diretti esteri – che ha visto una riduzione della percentuale di investimenti nell’area da parte di Stati Uniti e Ue, nonché un rafforzamento del ruolo delle economie emergenti – al mutamento strutturale dell’export dell’area”; al divario occupazionale e di ricchezza e alla conseguente esclusione sociale persistenti in alcuni Paesi dell’area, fino alle trasformazioni nella geografia dei trasporti e della logistica dell’intera area. In questo settore, rileva lo studio, l’Italia se ne esce male: con i porti della penisola che registrano tra il 2005 e il 2013 un calo di traffico ”dal 28,5% al 15,5% (-13%), a tutto vantaggio dei porti della riva Sud che hanno visto crescere la loro quota di mercato dal 18,1% al 27,4% (+9,3%)”. Non tutto è perduto, sembra volere dire la ricerca. ”Quel che serve è sapere cogliere la complementarietà fra le economie: base di un diverso percorso di cooperazione in un quadro culturale e programmatico più condiviso”.

 

(fonte Ansamed)