Il nord est della Siria sotto pressione: i curdi temono l’isolamento internazionale


Tra rischio per il diffondersi del coronavirus, le rivolte nelle carceri dell’Isis, l’emergenza umanitaria causata dalla pressione di profughi e la presenza militare turca, la regione nord-orientale siriana amministrata di fatto dalle autorità curde è sotto forte pressione e non riceve sufficiente sostegno internazionale. E’ l’allarme lanciato nelle ultime ore dal Rojava Information Center (Ric), una piattaforma di attivisti che diffondono notizie sulle regioni del nord-est siriano. In diversi messaggi inviati ai media stranieri, il Ric ha messo in evidenza i rischi sanitari e quelli per la sicurezza della popolazione locale e degli sfollati presenti nell’area tra l’Eufrate e il confine iracheno nel contesto della pandemia di Covid-19.

Nelle regioni nord-orientali siriane non si registrano casi di coronavirus perché non c’è possibilità di compiere test, affermano gli operatori di Ric. Nei giorni scorsi una rivolta è esplosa in un carcere di Hasake, dove si trovano migliaia di membri dell’Isis. La rivolta è stata domata ma la tensione rimane. E come ricorda Human Rights Watch, la Turchia, che da ottobre scorso è presente militarmente in una fascia di territorio lungo il confine nord, controlla l’accesso ad alcune risorse idriche, cruciali in un periodo in cui l’emergenza Covid-19 richiede un maggior frequente uso di acqua corrente.

Inoltre, ricordano dal Ric, da mesi sono stati chiusi i valichi frontalieri con il vicino Kurdistan iracheno e il resto dell’Iraq. Da qui arrivavano in passato aiuti umanitari dell’Onu e di altre organizzazioni internazionali. E le comunicazioni col governo centrale di Damasco non sono facili. Al confine tra Siria e Iraq, nella regione controllata dalle forze curde, rimangono inoltre decine di migliaia di sfollati nel campo di al Hol, dove si contano migliaia di familiari di membri dell’Isis accampati in una situazione umanitaria difficilmente sostenibile nel medio e lungo termine.

Fonte: Ansamed