Intifada dei coltelli contro terrorismo di Stato. Perché Netanyahu spera in Daesh a Gaza


 

(Stefano Levoni) – Da qualunque parte la si voglia guardare, è evidente a tutti che ci si trova di fronte a una nuova guerra tra la Palestina e Israele. In realtà, a ben vedere, c’è una profonda scollatura tra il popolo palestinese e le istituzioni locali. La stessa Hamas non sembra rappresentare, al pari degli altri movimenti politici, questo moto di ribellione spontaneo e popolare che i media, in modo approssimativo, chiamano con il nome di “Intifada dei coltelli”.

Resta il fatto che la guerra in corso, con il solito bilancio che cresce di ora in ora, propone tematiche vecchie e nuove della resistenza del popolo palestinese contro quello che viene definito “l’esercito di occupazione”. Perché di questo si tratta: di un’occupazione che sotto il governo Netanyahu è diventata più aggressiva. Lo dimostrano i morti e anche gli insediamenti che il governo ha autorizzato in questi anni, in totale violazione delle risoluzione dell’Onu, del diritto internazionale e degli accordi tra le parti. Da qui si deve partire. Ed è qui la ragione del problema. Il terrorismo palestinese, come lo chiama Netanyahu, nasce dal terrorismo di Stato di Israele.

Sbaglia dunque Netanyahu a prendersela con i suoi nemici palestinesi, intesi come formazioni politiche. Lo ha fatto anche quando ha annunciato che saranno prese misure contro il Movimento islamico in Israele alla luce della «istigazione menzognera» sul cambiamento dello status quo alla Moschea Al-Aqsa. Il cambiamento dello status di quel luogo sacro per i musulmani è da imputare solo alla scelleratezza delle sue decisioni, alla sua ferma volontà di estirpare i palestinesi e i musulmani da quei luoghi di cui Israele si sente la sola e unica proprietaria.

Sbaglia ancora il premier israeliano a credere che l’azione del popolo palestinese sia mossa da qualche movimento politico (che pure agisce invocando la resistenza popolare e armata). Sbaglia, perché il moto è popolare, spontaneo e nasce dall’odio (vero, profondo e sincero) che i palestinesi nutrono contro gli israeliani, soprattutto ora che alla guida c’è l’uomo che più di tutti vuole innescare conflitti in Medio Oriente. Netanyahu è un uomo di guerra e fino a quando ci sarà lui (e i suoi alleati della destra ultra nazionalista ed estremista) è improbabile che i rapporti tra i due popoli possano essere diversi da quelli attuali.

Non aiutano a calmare gli animi i provvedimenti volti ad aumentare la pressione militare su Gaza e la Cisgiordania. Il  richiamo in servizio di 16 compagnie di riservisti della Guardia di frontiera prelude a una nuova escalation di violenza: «Ho ordinato la mobilitazione delle compagnie della polizia di frontiera per ristabilire la sicurezza e l’ordine a Gerusalemme e nel resto del Paese», ha detto il premier Benjamin Netanyahu. Lo ha detto ben sapendo che questa decisione non garantirà sicurezza a nessuno. Se è possibile sarà il pretesto per alimentare nuovi scontri.

Scontri che dalle strade si sono spostati anche all’interno della Knesset, il parlamento israeliano, dove la deputato araba Hanin Zuabi ha invocato una «sollevazione di massa dei palestinesi a difesa della Moschea di Al Aqsa». E’ evidente che la Moschea è il paradigma di tutte le sollevazioni, un richiamo alla resistenza e alla sollevazione che il governo israeliano sopprimerà con l’unico mezzo che conosce: le bombe.

Il conflitto israelo-palestinese non può essere sottovalutato perché si inserisce in un quadro geopolitico regionale molto delicato. Se c’è un errore che sta facendo una parte del mondo palestinese, nella fattispecie Hamas, è quella di credere che una nuova intifada sia immune dalle infiltrazioni dello Stato Islamico. A Gaza, che piaccia o meno, i supporter del Califfato ci sono e crescono di ora in ora, nella convinzione che quella sia una soluzione all’incapacità di Hamas di risolvere il conflitto. Fino a oggi il movimento di resistenza palestinese è riuscito a contenere la presenza dell’IS nella Striscia. Una presenza concreta e persino tollerata.

In un nuovo ed eventuale conflitto, la bandiera nera del Califfato potrebbe essere molto più attrattiva di quella verde di Hamas e gli uomini dello Stato Islamico potrebbero impossessarsi del conflitto con Israele aprendo scenari del tutto nuovi.  Qualcuno dice che Daesh alla guida di Gaza rappresenterebbe un’occasione irripetibile per Netanyahu. A quel punto la strategia di Israele sarebbe semplice e l’unica soluzione per debellare quel male dalla Striscia sarebbe raderla al suolo  Con buona pace dei civili.

 

 

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