Italia tra Mes ed Eurobond in salsa “tafazziana”


(Raimondo Schiavone) – Ormai sono settimane che in Italia la discussione politica è incentrata sui rapporti con l’Europa. In particolare si polemizza sugli strumenti messi a disposizione dall’Unione Europea per superare la fase di crisi economica che ci si appresta ad attraversare.

Una discussione che nasce sicuramente dalla lentezza e forse dalla svogliatezza con cui le autorità europee hanno affrontato la vicenda Covid19 e gli effetti che essa produrrà nelle economie mondiali. Leggerezza forse motivata, nella fase iniziale, dall’illusione che  il coronavirus fosse un problema solo italiano, ma che invece, repentinamente, si è trasformato in un problema europeo e globale.

I tentennamenti europei, alcune azioni scellerate di operatori del mercato, frasi rilasciate senza la dovuta attenzione per ogni parola detta, hanno fatto montare una polemica anti europeista, che ha trovato nelle forze definite sovraniste terreno fertile.

Polemica anti europeista che fermenta da tempo, non solo in Italia, ma in buona parte dei Paesi europei e che rispecchia una nuova visione egoistica del concepire le relazioni transnazionali in generale.

Quando le risorse diminuiscono è normale che comincino ad aumentare gli egoismi insieme alla volontà di tenerle per se stessi. Ed è proprio il tema delle risorse che non riguarda solo l’Europa ma l’intero pianeta. Le stesse posizioni statunitensi, con l’imposizione di dazi e di vincoli al mercato ne sono l’espressione più pura.

A tutto ciò si aggiunge un tema, non nuovo ma emergente: l’Africa, un continente grande ed abitato pretende, giustamente, di cominciare a consumare, giacché attraverso i nuovi sistemi di comunicazione vede un altro mondo, nel quale il benessere pare alla portata di di tutti, e vorrebbe partecipare al banchetto. Tralasciamo il tema del consumo delle risorse, ed in particolare di quelle naturali ed ambientali, che oggi noi vorremmo tutelare dopo averne fatto un utilizzo arbitrario ed eccessivo, e che ora anche altri pretendono di utilizzare legittimamente nella stessa maniera.

All’Europa, definita nel nostro Paese “matrigna”, si è contrapposta la tipica dialettica politica di matrice italiana, che spesso, nel guardare la luna, si ferma ad osservare il dito che la indica. Le misure varate ed in discussione in Europa, invece d’essere viste come opportunità, vengono utilizzate per una perenne campagna elettorale, sobillata dai sondaggi sempre pronti a rilevare i minimi sospiri del leader di turno, che distrae dall’analisi dei problemi seri che affliggono il Paese.

Da giorni assistiamo ad una diatriba quasi ridicola sul MES, acronimo di Meccanismo europeo di stabilità, strumento varato dall’Unione nel 2012, dopo le modifiche apportate al Trattato di Lisbona, comunemente chiamato fondo salva-Stati, perché ha l’obiettivo di sostenere i Paesi che affrontano una crisi e rischiano il default. Strumento che impone una serie di condizionalità allo Stato che ne attiva l’utilizzo, già adoperato da altri Paesi europei fra questi Spagna e Grecia. Proprio il caso greco è l’esempio più brutale del suo utilizzo, stante che l’indebitamento concesso al paese ellenico ha comportato una ingerenza enorme dell’Unione europea nei suoi affari economici e nelle sue scelte politiche, ma soprattutto ha con-causato una grande sofferenza per i cittadini dell’Egeo.

L’esperienza Mes, molto criticata in Italia, in particolare dalla Lega e da Fratelli d’Italia, ma non solo, ha mostrato lacune e per certi versi condizionalità non accettabili, per questo l’Eurogruppo, organo informale che riunisce i 19 ministri delle Finanze dell’Eurozona, ha proposto di varare una sorta di Mes come strumento per aiutare i Paesi più colpiti dalla pandemia. Si tratterebbe di uno strumento temporaneo e senza le condizionalità che tanto fanno paura ai politici de Bel paese. Attivabile a richiesta da ciascuno Stato, ove ne valuti la necessità.

Ed ecco che la politica “tafazziana” italiana entra in scena. La discussione principale si sposta dallo strumento proposto dall’Eurogruppo il 9 aprile scorso, alla disputa sulla procreazione dello strumento orginario Mes. Disputa che peraltro, se non condita da falsità, insulti, minacce e confusione varia, è peraltro facilmente chiaribile, ma inutile.

Infatti il nuovo Mes sarebbe cosa ben diversa da quello utilizzato in Grecia. Esso avrebbe la funzione di «sostenere il finanziamento dell’assistenza sanitaria diretta e indiretta così come i costi relativi alla cura e alla prevenzione dovuti alla crisi provocata dal COVID 19».
Superata l’emergenza i Paesi si impegnerebbero a rafforzare i loro fondamentali economici e a rispettare il quadro di bilancio. Parliamo di uno strumento che potrebbe portare nelle casse dei Paesi europei fino al 2% del Pil, circa 35 miliardi per l’Italia.

Ora, stante che Lega e Fratelli d’Italia hanno fatto dell’anti Mes il mantra della loro attuale campagna politica, i loro seguaci affollano i social affermando le nefandezze dello strumento, molti dei quali senza conoscere neanche il significato dell’acronimo, il paradosso è che le forze di maggioranza, incalzate da tutto ciò, invece di spiegare e valutare attentamente i possibili vantaggi che ne deriverebbero, si cimentano nell’agone politico a controbattere sul tema inutile dell’imputabilità della sua nascita.

Il Presidente del Consiglio premette continuamente che l’Italia non ha bisogno del Mes, i suoi colleghi di partito, i pentastellati, fanno proclami in questo senso, il Pd non esce dal cerchiobottismo che lo contraddistingue dalle sue origini. Il resto è irrilevante.

Facciamo gli “sboroni” come se 35 miliardi ci facessero schifo, ma non riusciamo ad erogare ancora i 600 euro per le partite iva in difficoltà. Il masochismo prevale sulla realtà dei fatti e si accompagna ad una delegittimazione della classe politica italiana che, insieme ad altri Paesi, sta cercando di convincere l’Europa ad approvare il meccanismo degli Eurobond, la verà novità della politica economica europea, soprattutto perché per la prima volta costruirebbe uno strumento di condivisione del debito fra tutti i Paesi dell’Eurozona, non influenzabile dagli spread e quindi a tassi d’interesse vantaggiosissimi se non addirittura negativi.

Mentre noi litighiamo sul fatto se sia nato prima l’uovo o la gallina in altri Paesi la discussione è ben più profonda. Basti pensare a quanto accade in Germania, dove uno dei due leader del partito tedesco dei Verdi Robert Habeck, in una intervista rilasciata al quotidiano WELT, dichiara di supportare l’Italia nella sua richiesta di aiuto da parte della Germania e dell’UE. Dichiara inoltre essere favorevole agli Eurobond e di vedere l’Europa come un modello importantissimo, ma solo se capace di essere davvero fondata sulla cooperazione degli Stati membri. Ed Annalena Bärbock, altra esponente politica degli ambientalisti tedeschi, parla apertamente degli “Stati uniti d’Europa”, vale a dire di una Repubblica Federale Europea in grado di occuparsi anche della protezione sociale, della sicurezza interna e della difesa.

Ora, senza dare giudizi sulla qualità della politica italiana, è indubbio che nel momento in cui si apre una discussione seria in Europa, la risposta non può essere il teatrino delle polemiche a cui stiamo assistendo. Servono alleanze, visione e capacità di cimentarsi sui temi veri. Ma soprattutto serve coesione per presentarsi al tavolo di confronto con gli altri Paesi europei con un’immagine di serietà nell’approccio a quella che tutti definiscono la peggiore crisi che vivremo dal dopoguerra ad oggi.