Lavoro migrante: Cittadini stranieri e mercato del lavoro in Italia 


(MARIA RACHELE OTTONELLO) – Non è più una novità, l’epidemia da SARS COV2 non ci ha reso certo tutti uguali: stessa tempesta, barca differente. Sono state le agenzie di stampa e i quotidiani statunitensi a denunciare per primi che i cittadini della comunità afro-americana sono stati colpiti dal virus in percentuali sensibilmente più alte rispetto agli altri, dimostrando che le discriminazioni razziali, lungi dall’avere cause ed effetti meramente “culturali”, sono strettamente connesse a quelle economiche e sociali. In Italia, un dibattito sulle diseguaglianze razziali ha dovuto attendere la fine della primavera, e più precisamente il momento in cui ci si è ricordati (alcuni sembravano averlo scoperto tutto d’un tratto) che interi settori della nostra economia nazionale vivono anche sulle spalle del lavoro stagionale migrante. Dopo accesi dibattiti e controversie, l’articolo 103 del Decreto “Rilancio” approvato il 13 Maggio dal governo ha predisposto la regolarizzazione dello status di migranti soggiornanti nel territorio italiano attraverso la possibilità di richiedere un permesso temporaneo di sei mesi per cercare lavoro (solo per i soggetti con permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019) o attraverso l’avanzamento di una richiesta di attivazione di rapporto di lavoro subordinato da parte del datore di lavoro nei settori dell’agricoltura, zootecnia, pesca, acquacoltura, lavoro domestico e assistenza alla persona.

Un’analisi che si rifiuti di rispondere alle urgenze del momento, dimenticando l’importanza della visione d’insieme, non può mancare di ricordare che la nostra economia nazionale si nutre da molto tempo e tutto l’anno anche delle energie dei lavoratori migranti. I dati del IX Rapporto annuale a cura della Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di integrazione del 2019 hanno confermato, infatti, che i cittadini stranieri sono una componente strutturale del nostro mercato del lavoro, pur evidenziando con preoccupazione la concentrazione in profili esecutivi e salariali più bassi. Seppur nell’amara consapevolezza che alla certezza delle statistiche sfugge sempre la consistenza del numero di rapporti lavorativi di sfruttamento irregolari, notoriamente elevato in Italia, è dunque essenziale oggi ricostruire la composizione del lavoro straniero del mercato nazionale, per sfatare luoghi comuni e falsità ed essere in grado di valutare le proposte di legge avanzate dai governi.

Iniziamo coi numeri: al 1° gennaio 2018 in Italia risultavano regolarmente soggiornanti 3,714 milioni cittadini di Stati non appartenenti alla UE. Per quanto riguarda le aree di origine degli arrivi extra-UE, l’Africa rappresenta la principale, coprendo da sola una percentuale del 31,6% degli arrivi, mentre l’Europa, costituita da cittadini di Paesi dell’Europa centro-orientale e della Turchia, è la seconda, e rappresenta il 28,5% sul totale. Nonostante i decreti flussi in Italia abbiano autorizzato un numero sempre più limitato di ingressi e regolarizzazioni, tra il gennaio 2014 e il dicembre 2017, l’Italia ha visto triplicare rispetto ai quattro anni precedenti gli ingressi di richiedenti asilo. L’afflusso di rifugiati incide sulla forza lavoro tra lo 0,18% e 0,29%, coerentemente alla media europea: è evidente, dunque, che l’effetto rimane del tutto irrilevante rispetto ai grandi cambiamenti demografici in corso e che l’impatto sul totale della forza lavoro è praticamente nullo a causa dell’invecchiamento della popolazione. Per quanto riguarda i tassi di occupazione, la popolazione straniera extra-UE in età da lavoro nel 2018 si attestava a 2.727 milioni di individui. Nel suo insieme, la partecipazione al mercato del lavoro varia sensibilmente a seconda della comunità di origine: da quella filippina che si aggira intorno all’82,2%, a quella pakistana o ghanese che si ferma al 16,7%. In generale, il tasso di occupazione dei migranti europei supera di 5 punti percentuali quello dei migranti extra-UE.

La condizione lavorativa dei migranti, in generale, mostra significative diseguaglianze: anche se tra il 2017 e il 2018 si è delineato un aumento di 1,4 punti percentuali (pari a 5.099 unità) del numero di imprese di cittadini non comunitari –a dimostrazione del peso che le imprese individuali con titolari extracomunitari esercitano sul totale— il mercato del lavoro è ancora segnato da importanti squilibri. Tre indicatori lo dimostrano chiaramente: l’incidenza della povertà assoluta, il tipo di qualifica professionale e la frequenza della sovra-qualificazione.

Povertà assoluta: l’incidenza della povertà assoluta è pari al 30.3% tra gli stranieri e al 6,4% tra gli italiani. Anche tra le famiglie la percentuale rimane considerevolmente più alta se straniere (27,8%) rispetto a quelle italiane (5,3%). Il quadro peggiora nel caso delle persone in cerca di occupazione, a confermare la condizione di precarietà: tra le famiglie che cercano lavoro il 51,5% di quelle di soli stranieri si trova in una condizione di povertà̀, rispetto al 22,5% dei nativi.

Il tipo di qualifica professionale: il mercato del lavoro dei migranti è caratterizzato da una profonda segmentazione professionale schiacciata su profili prettamente esecutivi ed è confermata la scarsa presenza di lavoratori stranieri tra i ruoli dirigenziali: appena l’1,2% degli occupati ha, infatti, una qualifica di dirigente o quadro a fronte del 7,8% della controparte italiana.

Diffusione della sovra-qualificazione: incrociando i dati per livello di competenze della professione svolta e livello di istruzione, è possibile stimare il tasso di sovra-qualificazione, che corrisponde alla percentuale gli individui con istruzione elevata che svolgono un lavoro di media o bassa qualificazione. Ancora una volta la diseguaglianza è netta: la quota di lavoratori stranieri laureati occupati in una professione che richiede medie o basse competenze è pari al 63,1% a fronte del 17,5% stimato per gli italiani.

I dati parlano chiaro e la domanda sorge spontanea: può questa nuova sanatoria (la sesta nella storia della Repubblica italiana) rappresentare una soluzione alla situazione critica che le leggi sull’immigrazione dei governi che si sono succeduti hanno creato? L’impressione è che per l’ennesima volta si sia sprecata l’occasione di intervenire sulle cause strutturali della precarietà: soppressione dei permessi per la ricerca di lavoro, progressiva precarizzazione della condizione lavorativa e graduale riduzione dell’investimento statale nelle politiche sociali. Quanto ancora si dovrà aspettare?