L’infanzia armata siriana. Il monito di Human Right Watch


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(Carla Melis) – “Un numero incerto di bambini è stato reclutato nei gruppi armati che combattono nel conflitto siriano, sia come combattenti veri e propri, che con funzioni di supporto. Non sono stati raccolti dati relativi al numero di bambini coinvolti. Tuttavia, nel giugno 2014, il Centro di Documentazione sulle Violenze, un gruppo di monitoraggio attivo in Siria, ha raccolto prove documentali su 194 casi di bambini “non-civili” uccisi nel conflitto siriano dal settembre 2011”. Inizia così il report pubblicato il 23 giugno 2014 da Human Right Watch dal titolo “Maybe We Live and Maybe We Die: Recruitment and Use of Children by Armed Group in Syria”, un rapporto sull’uso dei bambini nella guerra che insanguina la Siria da tre anni.

L’equipe di HRW si è basata sulle interviste a 25 bambini soldato, tutt’ora impegnati a combattere, arruolati nell’Isil, nell’Esercito libero siriano, nel Fronte islamico, nel Fronte al-Nusra e nelle forze curde. Sono bambini di età inferiore ai 15 anni, che vengono ingaggiati con la scusa di essere “istruiti”, ma che in realtà vengono addestrati all’uso delle armi e ai quali vengono assegnati compiti specifici e pericolosi, dai gruppi jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, e più in generale dai ribelli in lotta contro il governo di Bashar al-Assad. L’utilizzo di bambini-soldato, spiega HRW, non è limitato ad un solo gruppo armato o una sola ideologia, ma si tratta piuttosto di una pratica trasversale, che accomuna i diversi gruppi in lotta nella regione. I bambini intervistati hanno raccontato di essere stati impiegati nelle brigate e nei battaglioni legate all’Esercito Libero Siriano, una delle forze estremiste islamiche, all’ISIS, al fronte al-Nusra e alle forze di polizia curde del gruppo Yekineyen Parastina Gel (YPG), che controllano la parte settentrionale della Siria.

Dalle interviste emergono le motivazioni che spingono i bambini a prender parte attivamente nel conflitto. Alcuni di loro hanno semplicemente seguito parenti e amici, altri sono bambini e adolescenti cresciuti nelle zone di guerra, partecipando in prima persona alle prime proteste pubbliche ed imparando a difendere se stessi e le famiglie d’appartenenza dalla repressione del governo e dalla violenza dei gruppi di ribelli. In entrambi i casi, sono bambini che hanno respirato l’aria del conflitto nella loro vita quotidiana, diventando un target facile per le truppe di ribelli, in cerca di forze giovani da impiegare nelle loro fila. “L’ISIL – si legge nel report – è il gruppo che ha sistematicamente scelto i bambini per le proprie campagne di reclutamento, facendo leva sulla mancanza di strutture educative nelle zone target e offrendo ai bambini lezioni gratuite e assistenza scolastica, che include addestramento militare ed esercitazioni all’uso delle armi”.

Lo studio della ONG attiva nel campo dei diritti umani riporta anche le testimonianze di alcuni comandanti dei gruppi armati. Tre di loro hanno spiegato come le loro unità ufficialmente non accettano richieste di arruolamento di giovani minorenni, ma qualora un sedicenne o un diciassettenne chiedano di combattere, non sempre le richieste vengono rifiutate. “A quell’età non si è più bambini e se non li prendessimo con noi, andrebbero a combattere per conto loro”, afferma Abu Rida, leader della brigata Saif Allah al-Maslool.

Altri gruppi, invece, hanno dichiarato all’equipe di HRW, di aver chiaramente proibito il reclutamento di bambini di età inferiore ai 18 anni e aver preso provvedimenti al fine di mettere fine a questa pratica. Nel marzo 2014, la Coalizione nazionale delle Forze rivoluzionarie e d’opposizione siriane, una coalizione sostenuta dall’Esercito libero siriano, ha annunciato l’istituzioni di corsi obbligatori per i membri dell’Esercito Libero Siriano in Diritto Umanitario al fine di porre fine alla partecipazione dei bambini nel conflitto armato. L’impegno ad impedire l’uso dei bambini nella guerra siriana viene, secondo le testimonianze raccolte da HRW, anche dall’YPG, che nel dicembre 2013 ha pubblicato un’ordinanza per proibire la convocazione di giovani al di sotto dei 18 anni alle selezioni per l’ingresso nelle unità della polizia curda.

Dichiarazioni in linea, almeno in parte, con gli standard legali internazionali. Il secondo protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra del 1949, che si applica ai conflitti armati non-internazionali, proibisce agli stati e ai gruppi armati non statali il reclutamenti di bambini di età inferiore ai 15 anni. Anche se la Siria non è firmataria del secondo protocollo, la proibizione del reclutamento e uso dei bambini di età inferiore ai 15 anni è considerata parte del jus cogens dal diritto internazionale e quindi applicabile a tutte le forze parti del conflitto. HRW, nel suo report, suggerisce una serie di modalità pratiche per arginare il fenomeno, tra cui un’attenta verifica dei documenti dei giovani che richiedono di entrare a far parte delle unità di combattimento, al fine di avere informazioni certe sull’età dei richiedenti, dichiarare pubblicamente il proprio impegno alla proibizione del reclutamento di minorenni ed interrompere la collaborazione con gruppi di lotta al cui interno partecipano attivamente a livello militare giovani minorenni.

Nonostante le dichiarazioni dei leader dei gruppi armati, che sembrano condannare la pratica dell’uso dei bambini-soldato, le parole dei giovani intervistati non rassicurano gli operatori umanitari attivi sul campo, che spiegano che “i bambini che desiderano lasciare i gruppi armati e tornare ad una vita da civili hanno poche alternative. Alcuni di loro, dopo essere passati da un gruppo all’altro, hanno provato a cercare lavoro, senza successo”. Per questo motivo, tra le raccomandazioni espresse da HRW all’interno del report, c’è anche l’invito ai gruppi armati ad adottare misure atte alla reintegrazione nella società civile dei minorenni precedentemente reclutati, in collaborazione con le agenzie specializzate nella protezione dell’infanzia.

 

Carla Melis (1984). Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Trieste (Gorizia). Borsista Erasmus all’Istituto di Geografia dell’Università La Sorbonne Paris IV e specializzata in Giornalismo Investigativo e Analisi delle fonti documentali presso la scuola di formazione dell’AGI (Associazione Giornalismo Investigativo) di Roma. Ha pubblicato articoli per diverse riviste online e collaborato con l’archivio Flamigni di Roma. Ha svolto attività di stage presso il Consolato Generale d’Italia a Parigi e la Camera di Commercio Italiana per la Svizzera e lavorato come consulente in Germania e in Norvegia.

 

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