Marcia indietro dei Paesi del Consiglio del Golfo. Verso una soluzione politica della crisi siriana?


 

 

(Talal Khrais – Beirut) – Il presidente russo Vladimir Putin ha dato l’addio al progetto di gasdotto South Stream e ha indicato come tracciato alternativo quello che passa per la Turchia. Una decisione che riguarda direttamente anche il futuro della Siria, visto che una delle principali cause che hanno generato la guerra sono le vie del petrolio e del gas.

Il South Stream (in italiano: flusso meridionale) era un progetto volto alla costruzione di un nuovo gasdotto che avrebbe dovuto connettere direttamente Russia ed Unione Europea, eliminando ogni Paese extra-comunitario dal transito. Era un progetto sviluppato congiuntamente da Eni, Gazprom, EDF e Wintershall. Secondo i programmi iniziali del progetto, i lavori per la realizzazione della prima delle 4 linee (in parallelo) dovevano essere conclusi entro la fine del 2015 e le consegne di gas dovevano iniziare immediatamente dopo. Entro la fine del 2017 invece era previsto il completamento dell’intero progetto.

Nel 2008, l’Emiro del Qatar propose al Presidente Bashar al Assad un piano strategico per fare passare in Siria il gas in direzione dell’Europa. Assad si oppose, leggendo in quel progetto un piano contro la Russia e l’Iran, suoi storici alleati. Un rifiuto che rafforzò l’alleanza tra i Paesi del Golfo e la Turchia, in vista del rovesciamento di un regime che non “obbediva” alle mire espansionistiche della monarchia sunnita.

La Turchia oggi però non è più interessata al progetto del Qatar. Erdogan ha infatti capito che gli unici vantaggi che possono derivare alla sua economia arrivano dalla costruzione del gasdotto russo che, attraverso il suo paese e la Grecia, arriverà nel cuore dell’Europa.

Il nuovo gasdotto, con una capacità di 63 miliardi di metri cubi annui, partirà dal giacimento di Russkaya, lo stesso che avrebbe dovuto fornire il gas al South Stream. Un hub gasiero alla frontiera con la Grecia riceverà così ogni anno 50 miliardi di metri cubi, che poi andranno ai clienti dell’Europa meridionale che ne faranno richiesta. Per la parte offshore, nel mar Nero, continuerà a lavorare la stessa Southstream Transport.

Questa mossa ha indebolito l’alleanza del Qatar con la Turchia in un momento dove sia l’Esercito Siriano, sia l’Esercito Iracheno e, infine, Hezbollah infliggono duri copi al terrorismo sostenuto dai Paesi del Golfo.

Il vertice di Doha ha sancito il riavvicinamento ufficiale tra le monarchie del Golfo e l’Egitto. Il Qatar (alleato della Fratellanza Musulmana) si è unito ad Arabia Saudita,Bahrein, Emirati, Kuwait e Oman, gli altri 5 Paesi presenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo, nell’affermare il pieno appoggio al programma politico del Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sissi.

Che cosa farà il Qatar a questo punto? Forse continuerà a muoversi accanto ai movimenti islamici (tuttora sostiene i qaedisti del Fronte al Nusra), certamente  farà in modo che questa sua attività non interferisca con questioni interne delle monarchie del Golfo o metta a rischio la sicurezza nella regione.

La crisi politica e diplomatica negli ultimi otto mesi ha diviso i paesi arabi del Golfo. Il Qatar si è piegato ai diktat dell’Arabia Saudita, del Bahrein e degli Emirati Arabi Uniti scaricando i Fratelli musulmani e finendo per sostenere il nuovo corso egiziano del generale Abdel Fattah al Sisi. Nel discorso di apertura del vertice, l’emiro del Qatar ha invitato gli altri capi di stato regionali a mettere da parte le divergenze alla luce “del pericolo che stiamo correndo a causa della minaccia del terrorismo”.

In ogni caso la Siria trae un vantaggio dalla marcia indietro dei Paesi petroliferi fonte del finanziamento del terrorismo in Siria. I Paesi del Golfo, infatti, ritengono che la soluzione in Siria debba essere diplomatica e politica. Sembrano lontani i tempi della “nessuna soluzione senza il rovesciamento di Assad”. Tutto questo mentre avanza l’iniziativa di riconciliazione tra il governo siriano e l’opposizione non armata portata avanti da Mosca in alternativa alla guerra.