Per un pugno di dollari. La morte ai tempi del Covid


(Raimondo Schiavone) – I numeri dei morti vengono snocciolati come fossero ciliegie, crescono quotidianamente.

Dalla fase del dolore si è passati all’algida inconsapevole indifferenza, per cui non contano più le persone, ma i numeri. E quei numeri diventano solo un fastidio, la barriera alle misure di ripresa economica. Perché le fabbriche, le aziende, i ristoranti, le discoteche sono chiusi e l’economia deve ripartire. Bisogna ricominciare a produrre, si deve riprendere a consumare e questi morti sono d’ostacolo all’avvio della fase 2. Del resto sono anziani, hanno patologie pregresse, magari sarebbero morti comunque. Tali considerazioni vengono fatte senza pensare che, oggi, perdere un anziano equivale alla perdita di un patrimonio prezioso di conoscenza ed esperienza. Significa essere privati della saggezza e della memoria, beni preziosi ed irrinunciabili. Come disse Indro Montanelli “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente”.

Il primo effetto del Covid-19 è la scomparsa dei malati, inghiottiti da una sorta di buco nero. Questo virus dà l’impressione di far svanire letteralmente nel nulla le persone colpite dalla malattia. Separati dai propri cari, spesso intubati ed isolati nei reparti di terapia intensiva degli ospedali prima, per poi morire in solitudine, senza il conforto e l’amore dei propri parenti, ai quali viene negato un ultimo messaggio. Nell’inconsapevolezza che fuori da quelle mura protettive, che non sono state sufficienti a salvare la vita, l’indifferenza verso la morte è palese: a cominciare dai giovani che recriminano sulle limitazioni personali, ai politici che come unico obiettivo hanno la ripresa produttiva, costi quel che costi! Anche se ciò produrrà nuove ed ulteriori morti. Anche se la riduzione delle misure di contenimento potrà farci perdere ancora i nostri anziani. Perché la Morte è lontana, per chi non la vede da vicino, per chi non ha perso un genitore o un fratello in questa modalità macabra a cui il virus ci costringe. Chi non lo ha provato, non può sapere e non vuole sapere. Meglio chiudere gli occhi, non ci sono lacrime davanti al Dio Denaro. Magari ci si commuove e si prova compassione davanti alla finzione della vita, assistendo ad una puntata di “C’è posta per te. Davanti alla solitudine della morte ci si nasconde, si diventa belve.

Come quelle che vanno in scena nel film Donnybrook, ambientato nel mondo dei combattimenti clandestini. Come fossimo tutti pubblico di quella gabbiache ruota intorno al motto ‘uccidi o vieni ucciso’, dove tutte le strade portano al Donnybrook: una sfida illegale di lotta, all’interno di una gabbia e a mani nude, dove combattenti si affrontano come belve per un premio di 100.000 dollari. È l’ultima possibilità per la redenzione o una condanna a morte”.

O come ciò che è accaduto a Manduria ad Antonio Cosimo Stano, un pensionato con problemi psichici, che è morto, probabilmente a seguito delle ripetute botte ricevute da un branco di “bravi ragazzi” provenienti da “famiglie perbene” – perché così titolano i giornali – i quali periodicamente si recavano a casa sua per prenderlo a calci, a pugni e a bastonate, nell’indifferenza della gente e dei vicini di casa, che rimanevano insensibili alle grida di dolore provenienti dall’abitazione vicina.

L’insensibilità alla morte sta diventando l’emblema di questa nostra società moderna. Non sono solo i giovani a percepirla lontana. Chi dovrebbe svolgere un ruolo guida nella società, spesso giustifica tale modo di interpretare e, soprattutto, di dare valore all’ultimo momento della vita.

Papa Francesco, in occasione della Giornata dedicata all’”Evangelium Vitae” e davanti a numerose delegazioni del “popolo della vita”, ha detto che “seguire la via di Dio conduce alla vita, mentre seguire gli idoli conduce alla morte. Ovviamente queste parole sono decontestualizzate ed avevano altri obiettivi, ma sono rappresentative della differenza fra l’attenzione alla vita e quella che invece insegue i falsi miti del profitto ad ogni costo.

E’ovvio che bisogna pensare al domani, volgendo lo sguardo all’indietro verso un mondo concluso, per prendere così coscienza della sua fine e poi protrarsi in avanti verso il nuovo mondo che sta nascendo. Ma, prima di farlo, bisogna pensare alle conseguenze dei comportamenti che si mettono in campo, non si possono sottovalutare gli effetti di una riduzione delle misure di contenimento. Bisogna pensare ai più deboli.

E’ vero che “andando a fare un giro in un terreno incolto, noteremo la rigogliosità della natura, noteremo anche piante e alberi morti, secchi, caduti, altri in putrefazione. Ma se andiamo a vedere nel dettaglio cosa c’è vicino, dentro, sotto, noteremo dell’altra vita che sta per nascere: piccole erbe, formiche che scavano il legno, germogli, altri insetti che freneticamente si muovono, l’aria che si muove, le piccole gocce di rugiada”. Ma è anche vero che quegli alberi morti sono l’humus per far crescere la nuova vita, senza memoria non c’è futuro.