Social network e rivolte arabe


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(Laura Casta) – La valenza politica di una comunicazione legata ai social network si è manifestata a partire dal 2009 in occasione delle prime proteste in Moldavia e in Iran[1]. Nel caso dell’Iran, il Dipartimento di Stato statunitense aveva preso addirittura l’insolita iniziativa di chiedere a Twitter di rimandare la manutenzione programmata del proprio sito, che altrimenti sarebbe stato offline proprio all’apice delle proteste elettorali a Teheran.

Rispetto alla cosiddetta “primavera araba” che ha interessato l’area del Maghreb e del Mashrek, si è parlato più volte di “Rivoluzione 2.0” o “Twitter revolution”, per mettere in evidenza il ruolo essenziale che i principali social media hanno avuto nelle rivolte che hanno poi portato alla caduta di differenti regimi dittatoriali in paesi a maggioranza musulmana.

Parlare di una “Twitter revolution” è tuttavia eccessivo, considerato che «le rivoluzioni (sociali e politiche) le fanno gli uomini e al centro di queste rivolte vi erano soprattutto giovani che rivendicavano libertà, diritti e una migliore condizione di vita»[2]. Allo stesso tempo, è innegabile che Facebook, Twitter e YouTube siano stati utili strumenti di organizzazione, passaparola e informazione.

Sia che si tenda a sopravvalutare il peso dei social sia che, al contrario, si sostenga una posizione eccessivamente prudente nei loro confronti è evidente che Facebook e Twitter abbiano svolto una funzione cardine. Infatti, soprattutto nei primi giorni di protesta, l’uso di internet e dei social si è rivelato importante per mobilitare e organizzare rapidamente le proteste. Successivamente hanno permesso di diffondere in tempo reale filmati e aggiornamenti sulle manifestazioni, che hanno contribuito a creare consenso attorno alle rivoluzioni in patria e a renderle popolari all’estero.

I recenti fatti nordafricani hanno dimostrato però come la rete, se utilizzata da un tessuto sociale pronto e in grado di assorbire e far proprie le istanze che la network society struttura in contesti politici oppressivi, possa divenire uno strumento forte e dinamico nel supportare movimenti politici pronti a scendere in piazza.

La sua diffusione non significa solo costanza di utilizzo e numero di utenti connessi. Essa si diffonde se è assorbita dalla società come struttura di dinamiche nuove, come sistema di aggregazione che fa della partecipazione online un contraltare dell’agire sociale.

Il fermento di umanità connessa ha la tragicità e il coraggio di chi vuole trasformare la propria voce pubblicata in opinione pubblica. Un’opinione che non si fonda più nell’immaginario collettivo costruito dalla stampa e dalla televisione di un Paese incapace di dare visibilità a un dissenso diffuso e di rappresentare un malessere condiviso. I cittadini provano, allora, a rappresentarlo da soli e ad auto-organizzarsi attorno alle possibilità che la rete, oggi, rende disponibili.

La tecnologia assolve a tal fine un ruolo abilitante e la rete è un luogo di visibilità delle relazioni sociali. A questo va aggiunta la possibilità informativa diffusa. Non quella selezionata e curata dai giornalisti, non quella verificata e certificata, ma quella dettata dall’urgenza di comunicazione, che rimanda alla presa diretta sulla realtà vissuta e che passa, per esempio, da videofonini a YouTube con istantaneità o dalle grida in piazza ai tweet. Questo è accaduto in particolare in Europa dove il tamtam tra i cittadini provenienti dai Paesi in rivolta ha svolto un ruolo fondamentale, un notevole contributo alla ribellione. La rete ha favorito la sperimentazione di una nuova dimensione dell’informazione in forma collaborativa stimolando punti di contatto emotivi tra gruppi anche molto lontani, attivando un’empatia che aiuta a conoscere anche chi è lontano e diverso.

Sarà per questo che il governo egiziano ha chiuso l’accesso a internet e sconnesso la telefonia cellulare, dopo aver oscurato e censurato i principali social media, nel tentativo di rendere invisibile quel dissenso che al mondo stava diventando evidente e per evitare che la rete potesse essere un modo significativo di auto-organizzazione.

Lo ha fatto grazie a una legge nazionale che consente al governo di gestire la rete attraverso la semplice convocazione dei cinque fornitori di connessione internet che gestiscono la nazione i quali, uditi gli ordini, hanno semplicemente obbedito. Tutto questo con buona pace delle retoriche che attribuiscono a internet il potere assoluto di evitare ogni blocco censorio e di comunicazione. Non solo è stato possibile togliere la voce pubblica diretta del dissenso ma anche eliminare le connessioni sociali che lo mostravano e alimentavano.

L’influenza e l’azione che la politica internazionale esercita sui media tradizionali hanno sicuramente contribuito allo sviluppo di forme alternative di comunicazione. Inoltre, visti i rischi corsi dagli inviati sul posto, i media internazionali sono stati costretti a seguire gran parte del conflitto dall’esterno, servendosi soprattutto della grande mole di video amatoriali. Non c’è dubbio che questi filmati abbiano documentato i dettagli di eventi sanguinosi e distruttivi, fornendo un assaggio degli orrori della guerra. Secondo Yuval Dror, l’assenza di media tradizionali ha spinto i cittadini a cercare di riempire questo vuoto: «È diventato quasi un mezzo di sopravvivenza per loro. Se il mondo non sapesse, non agirebbe»[3].

 

[1] Il 7 aprile 2009, prima dell’annuncio dei risultati delle parlamentari, scoppiano le proteste nelle maggiori città della Moldavia per denunciare i brogli elettorali e chiedere le dimissioni del governo. Nello stesso anno, il 12 giugno 2009, Mahmud Ahmadinejad viene rieletto presidente dell’Iran per la seconda volta. In seguito alla sua rielezione sono sorti delle contestazioni proseguite come moti di protesta contro il governo di Ahmadinejad.

[2] C. Delay, How Social Media Accelerated Tunisia’s Revolution: An Inside View, in “Huffington Post”, 2 ottobre 2011, www.huffingtonpost.com.

[3] Citato in R. Papaleo, Il ruolo dei social media in Siria, in “Arabpress”, 19 ottobre 2013. L’articolo è una traduzione e sintesi (di R. Papaleo) di un articolo del periodico “Haaretz”; cfr. “Arabpress.eu”.

 

Laura Casta (1979). Laurea in Scienze Politiche a indirizzo storico-politico-internazionale presso l’Università di Cagliari. Consulente attivazione e realizzazione di progetti di cooperazione internazionale. Si occupa di relazioni esterne con partner nazionali e internazionali, in particolare dell’area del Mediterraneo e Vicino Oriente. E’ socia del Centro Italo Arabo Assadakah.

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