Yarmouk: ipocrisie e amnesie sui campi profughi palestinesi


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(Simona Planu) – L’informazione italiana in queste settimane si è accorta dell’esistenza dei campi profughi palestinesi. Lo ha fatto sull’onda emozionale dell’arrivo dei terroristi dell’ISIS a Yarmouk, nel sud della capitale della Siria. Un interesse momentaneo, un fuoco di paglia destinato a sparire nel giro di poco tempo, senza che vi sia stato, tranne rare eccezioni, un reale approfondimento su che cosa siano realmente quelle aree urbane in cui la convivenza è resa difficile da sovraffollamento e condizioni di vita al limite della sopportazione.

Dei campi profughi si parla solo per esigenze di copione,  quando è necessario spostare i riflettori sulla notizia del momento, come è accaduto, appunto, con Yarmouk e sullo sfondo della guerra in Siria.

Per descrivere la situazione attuale si ricorre, senza troppi approfondimenti e spiegazioni, a nomi ed espressioni di cui la storia è triste testimone: “somalizzazione della crisi”, “è in atto una nuova Srebrenica” e, ancora, “non dimentichiamoci di Deir Yassin, Sabra e Chatila”. L’elenco, se si vuole, è molto lungo.

A quel punto, solo allora, la politica si mette all’opera. Si stabilisce il carattere d’urgenza di una crisi e piovono impegni internazionali per arginarla, per portare aiuto.

Ma quali sono i criteri per definire il carattere d’urgenza?

Nello specifico, sono passati 4 anni dall’inizio del conflitto in Siria, 2 anni dal momento in cui sono iniziate a circolare le immagini dei palestinesi che morivano di stenti all’interno di Yarmouk e ben 58 anni dalla nascita del campo stesso.

Si parla di profughi. Quando lo si fa, la nostra mente produce immagini che evocano orde di persone in marcia, con il viso segnato da un lungo viaggio. I campi sono solitamente approntati lungo distese desertiche e i tendoni interrompono la linearità dell’orizzonte.

Quando si parla dei profughi palestinesi le immagini sono diverse. La precarietà e il movimento lasciano spazio alla stabilità delle case troppo vicine l’una con l’altra e agli stretti vicoli che le separano.

I loghi delle Nazioni Unite difficilmente ne garantiscono la protezione. L’organizzazione sociale e politica del campo è affidata ai diversi gruppi che ne rappresentano istanze e incarnano valori e ideali.

La storia del campo di Yarmouk è una storia che parla di patria e di resistenza, di diritto al ritorno e di interferenze geopolitiche e affari internazionali, ma anche di profonde divisioni interne. Yarmouk è stato per anni la naturale valvola di sfogo della resistenza di un popolo in continuo stato di privazione dei diritti e liberà fondamentali.

Oggi è l’esempio di quanto l’indipendenza dell’aiuto sia illusoria. Mostra i limiti e l’incapacità del sistema internazionale di superare le distanze tra il terreno politico e l’azione umanitaria a garanzia dei diritti e le libertà fondamentali.

Pianificare l’intervento umanitario nel rispetto dei principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza significa avere a supporto le istituzioni consolari, politiche e diplomatiche che si attivano per l’imposizione del diritto internazionale senza discriminazioni. La discrezionalità politica nell’attuazione dei meccanismi sanzionatori e la debolezza dell’azione diplomatica, da cui l’aiuto umanitario sembra dipendere, provocano il fallimento del sistema e l’apertura di nuove crisi umanitarie. Il vuoto lasciato dalle organizzazioni internazionali e dalla politica viene colmato da chi ha deciso che, in un modo o nell’altro, quell’immobilità va spezzata.

Il ministro italiano degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni, si è impegnato a stanziare 1,5 milioni di euro per i bambini di Yarmouk e l’UE ha assicurato che aumenterà gli aiuti di emergenza. A un esponente del Partito Democratico è venuta persino l’idea dell’affidamento per i bambini siriani.  In questa spinta estrema di solidarietà proveniente da diverse parti nemmeno una parola è stata spesa a garanzia del diritto all’autodeterminazione e al ritorno. Nemmeno una parola sull’interruzione delle attività diplomatiche, sulle sanzioni e sul blocco dei canali umanitari.

I proclami arrivarono anche dopo i massacri nella Striscia di Gaza, solo qualche mese fa. Più di 2000 palestinesi uccisi, lo stato d’assedio, la mancanza di elettricità, l’assenza di un corridoio umanitario per salvare i civili. Il parallelismo tra le due situazioni non è così complicato. A Gaza la ricostruzione non è mai partita, lo stato d’assedio non è mai finito e i diritti umani continuano a non essere rispettati.

Per il popolo palestinese il carattere d’urgenza sembra rimanere incastrato tra i meccanismi di un diritto internazionale che è ancora lettera morta.

 

Simona Planu. Laureata in Relazioni Internazionali all’Università di Cagliari e specializzata in Aiuto Umanitario e Cooperazione internazionale all’Università La Sapienza di Roma. Nelle sue missioni in Bolivia e nella Striscia di Gaza si è occupata di Protezione e Diritti Umani.

 

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